Un meccanismo sequenziale nato per ordinare le richieste finisce per alimentare un ingorgo burocratico

Duecentodieci giorni lavorativi in media tensione, 270 in alta e altissima. È la validità della STMG, la soluzione tecnica minima generale per la connessione alla rete. Un tempo che sembra ragionevole sulla carta, fino a quando non lo si scontra con la realtà degli iter autorizzativi in Italia: per un impianto fotovoltaico, nelle Regioni più lente, servono mediamente più di tre anni per ottenere il via libera. E così il meccanismo pensato per ordinare la fila delle connessioni diventa il perfetto ingranaggio di un ingorgo burocratico, dove le richieste si accumulano ben oltre la capacità reale del sistema. Un paradosso che Elettricità Futura, l’associazione che raggruppa oltre il 70% del mercato elettrico nazionale, ha deciso di affrontare con cinque proposte mirate, presentate lo scorso 10 giugno 2024.

La coda che non scorre

Il criterio che governa le connessioni in Italia è sequenziale: chi presenta per primo la richiesta ottiene per primo la soluzione tecnica. Sembra un principio di buon senso, ma nasconde una falla che è diventata strutturale. Quando uno sviluppatore presenta istanza, riceve una STMG – il progetto preliminare di connessione – che resta valida, appunto, per 210 o 270 giorni lavorativi a seconda del livello di tensione. In quel lasso di tempo, la capacità di rete viene prenotata e nessun altro può utilizzarla.

Il problema esplode quando si incrociano le tempistiche: per un impianto fotovoltaico, la durata media dell’iter autorizzativo supera i tre anni in molte Regioni, e per l’eolico si arriva oltre i quattro. Il risultato è un disallineamento cronico: la STMG scade, viene rinnovata, e nel frattempo blocca porzioni di rete che potrebbero servire a progetti effettivamente cantierabili. La coda procede, ma a scatti sempre più lenti, saturando la rete di richieste che non si traducono in impianti reali. È la saturazione virtuale, un fenomeno che già nel dicembre 2011 l’Autorità per l’energia aveva individuato come critico, approvando nuovi meccanismi per superarlo. Meccanismi che, evidentemente, non sono bastati.

Lo scorso luglio 2025, nel dibattito attorno al DL Energia, il criterio sequenziale è tornato sotto accusa: principio rivelatosi inadeguato a gestire l’attuale volume di richieste, proprio perché incapace di distinguere tra un progetto che ha già tutte le autorizzazioni e uno che esiste solo sulla carta. Un meccanismo nato in un’epoca di sviluppo contenuto delle fonti rinnovabili, prima che il boom delle richieste lo portasse al collasso.

I numeri della saturazione di carta

Se il meccanismo è viziato a monte, i dati restituiscono l’immagine di un sistema che gira a vuoto. A marzo 2024, le richieste di connessione per impianti rinnovabili hanno raggiunto circa 336 GW di potenza complessiva. Un volume che non ha corrispondenza con la realtà dei progetti effettivamente in fase di realizzazione. Basta guardare ai numeri della rete: a fronte di quasi 250mila preventivi di connessione accettati, per 196 GW di potenza, solo 42 GW corrispondono a impianti già connessi. Dei restanti 154 GW, ben 140 GW – attribuiti a 22mila preventivi – riguardano impianti che non hanno ancora ottenuto l’autorizzazione alla realizzazione ed esercizio, ma continuano a impegnare capacità sulle reti.

Il fenomeno non è solo italiano. Secondo Eurelectric, l’associazione che rappresenta l’industria elettrica europea, si tratta di una dinamica continentale: in Slovacchia, il 50% della capacità di rete riservata non viene utilizzata – uno specchio della situazione italiana, dove 336 GW di richieste di connessione superano di gran lunga i progetti realistici. La coda si gonfia di domande speculative, sviluppatori che prenotano porzioni di rete senza avere un percorso autorizzativo solido alle spalle, confidando nella possibilità di rinnovare la STMG a oltranza mentre il progetto langue nei meandri della burocrazia regionale.

Il risultato è una saturazione virtuale che soffoca i progetti reali: chi ha un impianto già autorizzato e finanziato si trova in coda dietro a richieste che non si concretizzeranno mai, bloccato da un criterio sequenziale che non sa distinguere tra un dossier pronto al cantiere e una prenotazione di comodo. La rete italiana, che dovrebbe essere l’infrastruttura abilitante della transizione, rischia di diventare il suo principale collo di bottiglia.

Le cinque proposte per riportare realtà alla rete

Elettricità Futura ha messo sul tavolo cinque proposte per smontare l’ingranaggio della saturazione virtuale. Il primo intervento punta a commissurare il costo della connessione non solo alla capacità impegnata, ma anche alla durata dell’impegno: chi prenota porzioni di rete per anni senza realizzare l’impianto pagherebbe progressivamente di più, disincentivando le richieste fantasma. La seconda proposta prevede di determinare la decadenza delle richieste di connessione che non siano sostenute da ragionevoli aspettative di conferma e attivazione, introducendo un filtro di realtà che oggi manca completamente.

Il terzo intervento guarda al futuro: per le richieste che arriveranno, criteri più stringenti e selettivi, in modo da evitare che l’ingorgo si ripresenti una volta smaltita la coda attuale. La quarta proposta interviene sui corrispettivi delle connessioni, rivedendo un sistema tariffario che oggi non penalizza adeguatamente le prenotazioni speculative. Infine, il quinto punto affronta il funzionamento dei Tavoli tecnici, dove gestori di rete e sviluppatori si confrontano sulle soluzioni di connessione: l’obiettivo è rendere questi spazi più efficaci e veloci, sottraendoli a logiche che rallentano ulteriormente i processi.

Per chi sviluppa impianti, l’impatto sarebbe immediato: i progetti autorizzati otterrebbero una corsia prioritaria, mentre le richieste prive di un percorso autorizzativo solido verrebbero progressivamente espulse dalla coda. La rete smetterebbe di essere saturata dalla carta e tornerebbe a riflettere la capacità reale di assorbire nuova generazione rinnovabile. Il meccanismo sequenziale, insomma, verrebbe corretto senza essere abolito: resterebbe il principio ordinatore, ma con un filtro che impedisce alle richieste fantasma di paralizzare il sistema.

Resta una domanda: basterà a superare l’immobilismo regionale? Perché il vero nodo, al di là dei meccanismi di connessione, resta la lentezza delle autorizzazioni. Anche con una coda finalmente scorrevole, se ottenere un permesso per un impianto fotovoltaico continua a richiedere più di tre anni, il disallineamento temporale tra STMG e iter autorizzativo rischia di riproporsi. Le cinque proposte di Elettricità Futura affrontano il sintomo – la saturazione virtuale – ma la causa profonda, quella dei permessi complessi e delle opposizioni locali che rallentano la realizzazione dei progetti, richiede processi autorizzativi più rapidi e inclusivi. Senza snellire i procedimenti nelle Regioni, senza garantire quella velocità che la transizione energetica richiederebbe, la coda di connessione rischia di restare un miraggio: tecnicamente perfetto nella sua architettura regolatoria, ma ancora troppo distante dalla realtà dei cantieri. E i 336 GW di richieste contro i 42 GW di impianti connessi resteranno la fotografia di un sistema che corre veloce solo sulla carta.