I costi di produzione restano fuori scala rispetto ai combustibili fossili, come dimostra l’abbandono di ExxonMobil
Il Lincoln Memorial Reflecting Pool ha tutto ciò che serve a un fotobioreattore, tranne un conto economico che torni. Profondo meno di un metro, orientato a sud, con un ricambio d'acqua ridotto al minimo: è un sistema che qualsiasi ingegnere di processo riconoscerebbe come una vasca di coltura a cielo aperto. Nei giorni scorsi, Donald Trump ha piantato la bandierina sul Reflecting Pool, accusando «vandali criminali di sinistra radicale» di aver sabotato un progetto che, a suo dire, avrebbe dimostrato la via americana ai biocarburanti da alghe. Peccato che la verità sia più prosaica, e affondi in una chimica di cella che non ha mai convinto i conti — né quelli di Washington, né quelli di Houston.
L'alga nel monumento: anatomia di un simbolo
Dal punto di vista tecnico, il Reflecting Pool è un luogo quasi perfetto per far proliferare microalghe. La bassa profondità — meno di un metro — garantisce un'illuminazione uniforme dell'intera colonna d'acqua; l'esposizione meridionale massimizza la radiazione solare incidente; l'acqua quasi stagnante riduce le perdite per turbolenza. Il bacino offre le condizioni per la crescita algale che un progettista di fotobioreattori pagherebbe per replicare: temperatura stabile, nutrienti disciolti in continuo — portati da polveri, pollini e deiezioni animali — e una profondità che mantiene le cellule in sospensione nella zona fotica senza spendere un watt di pompaggio.
È un'immagine potente, e Trump lo sa. Trasformare un monumento nazionale — l'acqua su cui si specchia il Lincoln Memorial — nel simbolo di un'America che produce carburante verde dalle alghe è una narrazione che colpisce. Ma il seducente parallelismo tra estetica monumentale e ingegneria dei processi si scontra con un dettaglio: una vasca ornamentale non è un impianto pilota. Non ci sono dati di resa lipidica, non c'è un bilancio di massa, non c'è un report tecnico — c'è soltanto una bandierina politica piantata in uno stagno ornamentale. E se l'immagine è potente, i numeri raccontano un'altra storia.
Il costo di un gallone verde: la resa dei conti
Basta guardare l'abbandono di ExxonMobil, che nel marzo 2023 ha chiuso dodici anni di ricerca sulle alghe dopo averci investito 350 milioni di dollari. Non è una cifra che un colosso petrolifero butta via per noia: Exxon aveva partnership con Synthetic Genomics, reattori pilota, brevetti sulla manipolazione genetica dei ceppi algali. Ha mollato perché il costo per gallone — anche nelle condizioni più ottimistiche di laboratorio — restava fuori scala rispetto al diesel fossile e persino rispetto ad altri biocarburanti avanzati. Quando un'azienda che fattura decine di miliardi all'anno e ha un interesse strategico a diversificare il proprio portafoglio liquido decide che non ne vale la pena, il messaggio per il settore è chiaro.
I conti li ha fatti anche il Pacific Northwest National Laboratory, che ha modellato un percorso di produzione di carburante sostenibile per l'aviazione a partire da alghe coltivate in acque reflue — uno scenario che sulla carta dovrebbe abbattere i costi, perché recupera nutrienti ed evita la competizione con l'acqua dolce. Il risultato? Secondo il laboratorio, il prezzo minimo di vendita per arrivare al pareggio è di 9,04 dollari per gallone equivalente di benzina, circa 2,39 dollari al litro. Per confronto, il cherosene fossile per l'aviazione viaggia storicamente tra 1,50 e 2,50 dollari al gallone — un ordine di grandezza in meno, senza contare che il prezzo del PNNL è quello di break-even, senza margine.
E mentre gli Stati Uniti chiudevano i rubinetti, l'Europa ha aperto un rubinetto molto più piccolo: il progetto FUELGAE, avviato nell'ottobre 2023 con un finanziamento dell'Unione Europea di 5 milioni di euro in quattro anni. L'obiettivo è sviluppare metodi di cattura della CO₂ usando microalghe per produrre biocarburanti. Sono cifre da laboratorio, non da impianto dimostrativo: 5 milioni in quattro anni equivalgono al costo di qualche chilometro di pipeline, non a una strategia industriale. Resta una domanda: a che punto siamo veramente, al di là delle accuse e dei progetti pilota?
Tra reattori e realtà: il punto vero
La risposta è scomoda. I biocarburanti da alghe funzionano in laboratorio — la fotosintesi clorofilliana converte la CO₂ in lipidi con un'efficienza teorica superiore a quella delle piante terrestri — ma la catena che va dalla coltura alla pompa di benzina è strangolata da tre colli di bottiglia. Il primo è la raccolta della biomassa: le microalghe crescono in sospensione a concentrazioni bassissime, e separarle dall'acqua richiede centrifugazione o flocculazione, processi che consumano una quota rilevante dell'energia prodotta. Il secondo è l'estrazione dei lipidi, che per ora rende bene solo con solventi costosi e in gran parte non recuperabili. Il terzo è la conversione in carburante, che deve competere con processi petrolchimici ottimizzati da un secolo. Chi oggi produce carburante da alghe lo fa a costi che nessun operatore di flotta, civile o militare, può sostenere senza sussidi massicci.
I biocarburanti da alghe non sono morti, ma chi li insegue deve fare i conti con un paradosso: la natura offre la soluzione — organismi unicellulari che producono lipidi a partire da luce e anidride carbonica — ma l'economia la rende proibita. Senza una svolta nei costi di coltura e raccolta, resteranno una chimera per parchi monumentali e laboratori accademici,
non per le pompe di benzina.




