La Cina controlla oltre l’80% della produzione mondiale, con moduli che costano un terzo di quelli americani
Nel primo trimestre di quest’anno gli Stati Uniti hanno superato i 6 milioni di installazioni solari cumulative a livello nazionale. La capacità di produzione domestica di moduli ha toccato i 70 GW, un numero che solo tre anni fa sarebbe sembrato fantascienza industriale. Dal 2022 sono entrati in funzione 146 nuovi impianti di produzione solare e di stoccaggio e altri 36 sono in costruzione attiva. Il tutto condito da una dichiarazione che pesa: secondo la Solar Energy Industries Association, già lo scorso ottobre l’intera catena di approvvigionamento solare è stata rilocalizzata negli Stati Uniti — wafer, celle, moduli, tutto.
Numeri da primato, appunto. Nel solo 2025 sono entrati in funzione 65 nuovi o ampliati impianti solari e di stoccaggio, attirando 4,5 miliardi di dollari in investimenti privati. Un’accelerazione che non ha precedenti nell’industria americana, partita peraltro da lontano: già nell’aprile 1954 i ricercatori dei Bell Laboratories avevano dimostrato la prima cella solare pratica al silicio, posando le fondamenta di un settore che oggi muove decine di miliardi. Il reshoring voluto dall’amministrazione Trump ha compresso in quattro anni una trasformazione che normalmente avrebbe richiesto un decennio.
Ma questa corsa ai record nasconde una dipendenza ancora irrisolta.
Il paradosso del prezzo: l’ombra cinese
Eppure, dietro l’entusiasmo per i traguardi raggiunti, i numeri del mercato globale raccontano tutt’altro. Un modulo prodotto in Cina costa il 65% in meno di uno prodotto negli Stati Uniti, stando alle stime di Wood Mackenzie. Il confronto con l’Europa è meno drammatico ma sempre imbarazzante: un modulo cinese costa il 50% in meno di uno europeo. Non sono differenze marginali, recuperabili con una maggiore efficienza produttiva o con economie di scala più spinte. Sono abissi competitivi che nessuna tariffa doganale può colmare del tutto.
La ragione è strutturale. Pechino ha investito oltre 130 miliardi di dollari nell’industria solare nel solo 2023, costruendo una capacità produttiva che non ha eguali. Il risultato, secondo Wood Mackenzie, è che la Cina deterrà più dell’80% della capacità produttiva mondiale di polisilicio, wafer, celle e moduli dal 2023 al 2026. Non è un primato: è un quasi-monopolio. Ogni anello della filiera — dalla materia prima al pannello finito — passa per fabbriche cinesi, e i margini con cui operano sono resi possibili da sussidi statali che nessun governo occidentale può o vuole eguagliare.
Il dato americano dei 70 GW di capacità domestica va letto in controluce: sono sufficienti a coprire la domanda interna attuale, certo. Ma a quali condizioni di prezzo? E per quanto tempo gli sviluppatori di parchi solari continueranno a comprare moduli made in USA quando l’alternativa costa quasi due terzi in meno? L’Inflation Reduction Act ha messo sul piatto crediti d’imposta generosi, ma la politica industriale ha un orizzonte temporale che non coincide quasi mai con quello degli investitori. I dazi, da soli, non bastano a costruire un’industria competitiva: la proteggono, temporaneamente, dal mercato. Poi il mercato torna a bussare.
La scommessa americana, insomma, poggia su un equilibrio precario. Da un lato c’è la volontà politica di ricostruire una filiera nazionale; dall’altro c’è l’aritmetica spietata dei costi, che spinge gli acquirenti verso il fornitore più economico. E quel fornitore, al momento, parla mandarino. In attesa di una risposta strutturale, l’industria cerca nicchie in cui la competitività non si misuri solo sul prezzo.
Pascoli solari e basi militari: dove si gioca il futuro
Proprio mentre il paradosso dei costi si fa più stringente, alcune realtà americane sperimentano modelli alternativi che uniscono produzione di energia e uso del territorio. È il caso di Silicon Ranch, che nella sua fattoria di 40 acri a Christiana, Tennessee, sta spingendo il pascolo del bestiame come prossima frontiera dell’agrivoltaico. La scommessa è duplice: produrre elettricità senza consumare suolo agricolo e offrire agli allevatori una fonte di reddito che li dissuada dal vendere i terreni. Se funziona, dicono i sostenitori, l’energia solare abbinata al pascolo potrebbe soddisfare la crescente domanda di elettricità dei data center senza emissioni di carbonio, aiutando al contempo i produttori di bestiame a mantenere la loro terra e il loro sostentamento.
L’agrivoltaico non è una curiosità da laboratorio. È una risposta concreta a due pressioni che crescono in parallelo: la fame di energia dell’industria digitale e la resistenza delle comunità rurali all’installazione di pannelli su scala industriale. Un parco solare che ospita mucche al pascolo non è più percepito come una sottrazione di terra, ma come un’integrazione. Il problema è che i numeri, al momento, restano minuscoli rispetto alla scala della transizione necessaria.
Un’altra direttrice è quella della resilienza energetica delle infrastrutture militari. Il Pentagono ha capito da tempo che dipendere dalla rete civile è un rischio operativo. A Fort Bragg, Duke Energy ha installato un impianto solare galleggiante da 1,1 megawatt che fa parte di un contratto da 36 milioni di dollari per la sicurezza energetica della base. L’impianto ha generato risparmi di oltre 2 milioni di dollari nei costi delle utenze del primo anno. Numeri che fanno gola a qualsiasi amministratore pubblico, militare o civile che sia.
Anche l’esercito, più in generale, sta spingendo sull’autonomia: il progetto solare di Onyx Renewables da 13 MW, una volta completato, dovrebbe soddisfare il 42% della domanda di elettricità per le abitazioni dell’esercito americano nel suo primo anno di esercizio. Cifre che dimostrano come, in contesti protetti e con committenti disposti a pagare un premio per la sicurezza energetica, il solare made in USA trovi la sua ragion d’essere. Ma resta la domanda: queste esperienze possono scalare abbastanza da sostenere la transizione dell’intero Paese, o l’indipendenza energetica resterà un miraggio confinato a basi militari e progetti pilota?
L’industria solare americana è a un bivio. Da una parte ci sono i traguardi da celebrare — i 6 milioni di installazioni, i 70 GW di capacità produttiva, la filiera rilocalizzata — dall’altra c’è un’aritmetica scomoda che rende l’indipendenza ancora un traguardo lontano. La Cina non ha solo il vantaggio del primo arrivato: ha un controllo della supply chain che le consente di dettare i prezzi globali, e fino a quando un modulo prodotto a Shanghai costerà il 65% in meno di uno prodotto in Illinois, la partita non sarà decisa dalle inaugurazioni di nuovi stabilimenti. Sarà decisa dalla durata e dall’efficacia della protezione politica che Washington potrà e vorrà garantire. E la protezione, per definizione, non è eterna.




