L’impianto del New Jersey doveva aprire nel 2025, ma a luglio 2026 non ha ancora processato un chilo di rifiuti
La scorsa settimana SJI ha annunciato un traguardo notevole: il progetto Linden Renewable Energy ha superato 1 milione di ore di lavoro di costruzione senza un infortunio con perdita di tempo. In qualunque altro cantiere sarebbe una notizia da prima pagina — ed è giusto riconoscerlo. Peccato che l’impianto, promesso per il quarto trimestre del 2025, a luglio 2026 non abbia ancora trasformato un solo chilo di rifiuti. Mentre si celebrano i record di sicurezza, le discariche del New Jersey continuano a ricevere tonnellate di rifiuti organici che per legge avrebbero già dovuto essere altrove.
L’illusione del traguardo
Il progetto era stato annunciato a dicembre 2023 con tutti i crismi dell’operazione strategica: una joint venture tra SJI, Captona e RNG Energy Solutions per costruire quello che, già a gennaio 2026, ENR descriveva come probabilmente il più grande impianto di trasformazione di rifiuti alimentari in gas naturale rinnovabile degli Stati Uniti. Numeri ambiziosi: fino a 850 tonnellate di rifiuti organici processate al giorno, 3.783 MMBtu di gas naturale rinnovabile prodotto quotidianamente, l’equivalente di circa 120.000 tonnellate metriche di anidride carbonica evitate ogni anno — stima degli sviluppatori, va detto, non verifica indipendente.
La costruzione è partita nel gennaio 2024, con tanto di cerimonia simbolica. Il completamento era previsto per il quarto trimestre del 2025. Siamo a luglio 2026 e da Linden non è ancora uscito un metro cubo di gas rinnovabile. Nel frattempo, ogni giorno che passa senza che l’impianto entri in funzione, qualcuno — un’azienda, un comune, un cittadino — paga il costo di un sistema di gestione rifiuti che ha le leggi ma non le infrastrutture per applicarle.
La realtà dei numeri (e delle tonnellate)
Il ritardo non è un dettaglio tecnico: è una crepa in un sistema che doveva essere già chiuso. Le aziende del New Jersey che generano 52 tonnellate o più di rifiuti alimentari all’anno sono obbligate a separarli e deviarli dal flusso dei rifiuti indifferenziati, a condizione che si trovino entro 25 miglia stradali da un impianto autorizzato di riciclaggio. È una norma pensata per creare domanda là dove esiste offerta di trattamento. Ma cosa succede quando l’impianto autorizzato — quello che dovrebbe assorbire centinaia di tonnellate al giorno — esiste solo sulla carta?
La domanda non è retorica. Lo scorso gennaio, il New Jersey ha alzato ulteriormente la posta con una nuova legge — la S2464/A2090, firmata a gennaio 2026 — che impone una riduzione del 50% dei rifiuti alimentari entro il 2035. Non un auspicio, non un obiettivo programmatico: un vincolo con scadenza. E dall’altra parte dell’Hudson, New York City ha una legge in vigore fin dal 2013 — la Local Law 146 — che impone il riciclo dei rifiuti organici per i grandi generatori. Due Stati, due apparati normativi stringenti, e un unico impianto che dovrebbe servire entrambi i mercati. Peccato che l’impianto non sia ancora acceso.
Il meccanismo è semplice da capire, meno da far funzionare: la legge obbliga a deviare, ma l’obbligo è condizionato all’esistenza di un’infrastruttura ricevente. Senza Linden — o senza alternative equivalenti — il cerchio non si chiude. I rifiuti alimentari, anziché essere trasformati in gas rinnovabile, finiscono dove finivano prima: in discarica, a produrre metano senza alcun recupero energetico. Centoventimila tonnellate di CO₂ equivalente all’anno che, secondo gli sviluppatori, l’impianto potrebbe evitare. Per ora, restano nell’atmosfera.
Chi paga il conto della transizione (in ritardo)
Le norme sono chiare, i target vincolanti, le scadenze scritte. Ma senza l’anello finale della filiera — l’impianto che riceve, tratta e converte — la responsabilità operativa ricade su chi produce i rifiuti. Supermercati, mense, catene di ristorazione, grandi cucine industriali: sono loro a dover separare, stoccare e trovare una destinazione per i rifiuti alimentari. Se l’impianto non c’è, la destinazione può significare costi di trasporto più alti verso siti più lontani, oppure il rischio — in assenza di deroghe — di incorrere in sanzioni.
Il New Jersey ha costruito un quadro normativo che guarda al 2035 con obiettivi ambiziosi. Ma il 2035 è fra meno di nove anni, e il più grande impianto della regione — il tassello che avrebbe dovuto rendere credibile l’intero schema — è in ritardo di oltre sei mesi. Sei mesi in cui le tonnellate si accumulano. Sei mesi in cui le imprese aspettano una soluzione che non arriva. Sei mesi che, nel frattempo, qualcuno paga. Non è difficile immaginare che, alla fine, il conto della transizione in ritardo venga presentato ai cittadini — in bolletta, in tariffa, o sotto forma di un sistema di gestione rifiuti che costa più di quanto promesso e consegna meno di quanto atteso.
Fino a quando l’impianto di Linden non accenderà i motori, gli obiettivi di riduzione dei rifiuti restano un miraggio scritto in una legge — e le imprese, ferme in mezzo alla strada, continuano ad aspettare.




