La richiesta di slittamento arriva mentre la Commissione congela le sanzioni fino al 2029, in un contesto di crisi energetica
Ottantasei volte l’effetto serra della CO₂, un costo di abbattimento che sfiora lo zero, una molecola che da sola potrebbe far deragliare qualsiasi traiettoria di decarbonizzazione. I numeri del metano sono un pugno nello stomaco. Eppure, alla fine di luglio quindici Paesi europei, tra cui l’Italia, hanno chiesto alla Commissione Europea di rinviare di tre anni gli obblighi sugli standard delle importazioni di metano. La richiesta è arrivata dopo settimane di fibrillazioni diplomatiche e a pochi giorni da una raccomandazione della stessa Commissione che di fatto congela le sanzioni fino al 2029. Perché chiudere il rubinetto del metano, quando farlo costa meno di un caffè al barile, è diventato così difficile?
Il paradosso del metano: un costo invisibile
Per capire la portata dell’assurdo bisogna entrare dentro la fisica e dentro i conti del gas. Il metano ha un potenziale climalterante fino a 86 volte più potente della CO₂ su un orizzonte di vent’anni. È il gas che scalda in fretta, il primo sospetto quando le curve delle temperature medie globali iniziano a impennare. Nel corso del 2025, a livello globale, le emissioni dirette di metano in atmosfera hanno raggiunto circa 100 miliardi di metri cubi, una cifra che equivale a mandare in fumo ogni anno un volume di gas superiore all’intero consumo europeo.
Ora prendiamo il settore Oil & Gas, uno dei maggiori responsabili di queste emissioni. Secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, il 30% delle perdite di metano della filiera potrebbe essere eliminato a costo netto zero. Non serve una tecnologia fantascientifica: spesso basta sostituire valvole, tappare sfiati, installare compressori di recupero. E quando il costo arriva, è irrilevante. Rystad Energy ha calcolato che l’introduzione graduale degli standard europei sulle importazioni comporterebbe un onere medio di appena 0,07 euro per milione di British Thermal Unit sul gas e di 1,33 euro al barile per il petrolio. In altri termini, adeguare l’intera catena di fornitura del metano che arriva in Europa costa meno della metà di un punto percentuale sul prezzo finale. Se la sfida climatica avesse un listino prezzi, questa sarebbe la voce più cheap.
E allora cosa spinge quindici governi – dall’Italia alla Polonia, dalla Svezia alla Bulgaria – a chiedere un rinvio di tre anni? La risposta non sta nei numeri del metano, ma nelle rotte del gas.
Geopolitica della paura
Dal 27 febbraio scorso lo Stretto di Hormuz è chiuso a causa di gravi perturbazioni geopolitiche ed economiche. L’imbuto da cui transitava un quinto del commercio mondiale di energia è sigillato, e questo ha riscritto d’un colpo la geografia degli approvvigionamenti europei. Nelle cancellerie si è insinuato un timore concreto: imporre regole di tracciabilità e monitoraggio sulle emissioni di metano importato proprio mentre le catene del gas sono sotto stress potrebbe restringere ulteriormente il ventaglio dei fornitori.
La tensione è diventata pubblica il 23 giugno scorso, quando il Segretario all’Energia degli Stati Uniti Chris Wright e i ministri di Qatar, Nigeria e Algeria hanno spedito una lettera aperta ai leader dell’Unione. Il messaggio era chiaro: la maggior parte dei fornitori non può soddisfare i requisiti europei di monitoraggio, reporting e verifica (MRV) entro la scadenza prevista di gennaio 2027. Pochi giorni dopo, il Consiglio Energia del 26 giugno ha raccolto la posizione di dodici Stati membri – Austria, Belgio, Bulgaria, Cechia, Ungheria, Lituania, Paesi Bassi, Polonia, Romania, Slovacchia, Svezia e, appunto, l’Italia – che formalizzavano la richiesta di rinvio. La paura di perdere volumi di gas ha oscurato il dossier climatico.
Eppure il regolamento europeo non lasciava scappatoie: non sono previste deroghe agli obblighi di comunicazione per le merci importate di origine non specificata o sconosciuta. Chi vende gas in Europa deve dichiarare da dove arriva e quanto metano è stato emesso per produrlo e trasportarlo. Un principio di trasparenza che, in un mercato normale, sarebbe considerato il minimo sindacale.
La raccomandazione che congela tutto
Così, dalla tensione geopolitica si è passati all’amministrazione dell’attesa. La Commissione europea ha raccomandato alle autorità nazionali di non applicare le sanzioni per le emissioni di metano nel triennio 2027-2029. Le multe, che il regolamento poteva far scattare fino al 20% del fatturato annuo per le aziende inadempienti, restano sulla carta, sospese in un limbo normativo dove il dovere di monitoraggio esiste ma la punizione per chi lo elude non arriverà.
Per chi installa compressori, sostituisce valvole e costruisce sistemi di rilevamento, il trade-off è amaro: adeguarsi oggi a costi risibili per essere pronti quando – forse – le regole torneranno a mordere, oppure aspettare, incassare il risparmio immediato e scommettere che il rinvio diventi permanente. La prima opzione ha un prezzo noto, la seconda un costo occulto che cresce con ogni metro cubo di metano rilasciato in atmosfera mentre la finestra per mantenere l’aumento delle temperature entro limiti gestibili si restringe.
Rimandare la regolazione più economica ed efficace della cassetta degli attrezzi climatica è un lusso che il mercato energetico europeo non può permettersi. Chi oggi calcola il costo della compliance deve mettere nel conto anche quello dell’immobilismo: perché ogni rinvio traduce una certezza tecnica in un’incognita politica, e le incognite, sui mercati, si pagano care.




