In Italia censiti solo 280 rifugi climatici contro i 500 di Barcellona, ma ne servirebbero 17mila

L’asfalto in via Padova sfrigola, l’aria è un brodo denso, l’ombra di un balcone diventa il bene più prezioso. Un anziano si ferma lì, appoggiato al muro ancora tiepido, perché rientrare in casa significa entrare in un forno. Il centro climatizzato più vicino? Mezz’ora di autobus, se l’autobus arriva. È luglio 2026, e nelle città italiane l’ondata di calore non è più un’emergenza stagionale: è un dato strutturale, prevedibile, eppure affrontato con un’inerzia che costa vite umane. I numeri appena pubblicati da Legambiente nel suo censimento dei rifugi climatici raccontano un Paese drammaticamente impreparato: solo 280 spazi censiti o assimilabili a rifugi climatici in otto città osservate. Poca roba, se pensate che la stima minima nazionale è di 5.900 strutture, e che per una copertura davvero capillare — raggiungibile a piedi in dieci minuti — ne servirebbero quasi 17.000.

Un Adriatico bollente, città senza scampo

A maggio 2026 la temperatura media della superficie marina dell’Adriatico era già a 18,3 °C. A giugno, fino al 25 del mese, è schizzata a 23,3 °C. Non sono numeri da laboratorio: sono il motore di un’afa umida che avvolge le nostre coste e si infila nelle case, nei vicoli, nei piani bassi dove vivono le persone più fragili. Chi ha un condizionatore e può pagare la bolletta si chiude in casa. Chi non ce l’ha, o non può accenderlo, esce in cerca di un sollievo che spesso non trova.

Il caldo non è democratico. Colpisce in modo diseguale, come spiega bene Legambiente nel suo dossier sulle disuguaglianze climatiche: gli anziani soli, le famiglie in povertà energetica, i lavoratori outdoor, i malati cronici. Per loro un’ondata di calore non è un fastidio, è un fattore di rischio letale. E non stiamo parlando di un futuro distopico: sta succedendo adesso, mentre leggete, in città come Bari, Bologna, Firenze, Milano, Napoli, Roma, Terni, Torino — tutte monitorate dall’associazione. Ma quante di queste città hanno già una risposta?

Barcellona ne ha 500, noi siamo a 280. E servirebbero 17mila

Barcellona, nel frattempo, ha costruito una rete di oltre 500 rifugi climatici attivi d’estate — e più di 300 d’inverno. Sono biblioteche, centri civici, palestre, parchi ombreggiati: spazi pubblici climatizzati o naturalmente freschi, pensati per accogliere chiunque, a piedi, senza bisogno di prendere un mezzo. Non è fantascienza: è una scelta di bilancio, un’infrastruttura di salute pubblica tanto quanto un ospedale o una fognatura.

Noi, in Italia, siamo fermi a 280 luoghi censiti. Non tutti sono veri rifugi climatici a norma — molti sono “assimilabili”, vale a dire spazi che potrebbero funzionare ma che nessuno ha progettato, attrezzato o comunicato come tali. Il fabbisogno minimo stimato da Legambiente è di almeno 5.900 strutture su scala nazionale; per una rete di prossimità, quella che ti permette di fare dieci minuti a piedi e trovare un ambiente fresco, si sale a quasi 17.000. Il divario è abissale, e non si spiega solo con i bilanci comunali: è una questione di visione.

Nel resto del mondo, intanto, i centri di raffreddamento sono già una strategia di mitigazione consolidata. Los Angeles, New York, Chicago, Boston, Toronto — metropoli di ogni latitudine e peso demografico — hanno istituito da anni i cosiddetti cooling centers, spazi climatizzati aperti al pubblico durante le emergenze di calore. Non è carità, è prevenzione. Serve a evitare che le persone finiscano in pronto soccorso per ipertermia, disidratazione, scompensi cardiaci. Serve a non far morire nessuno per il caldo quando basterebbe una stanza fresca.

La prossima ondata: sopravvivere o prepararsi?

Intanto, il termometro sale. Non c’è tempo per aspettare i piani comunali, i tavoli tecnici, le delibere di giunta. Le ondate di calore sono cicliche, prevedibili, e ogni anno fanno più vittime. Cosa possono fare i cittadini, oggi, con quello che abbiamo? Informarsi su quali spazi pubblici sono già climatizzati nella propria città — biblioteche, centri anziani, musei — e pretendere che il Comune li mappi, li segnali, li renda accessibili. Se la rete non arriva in tempo, tocca arrangiarsi: ma arrangiarsi non è una politica pubblica.

Non stiamo parlando di comfort. Stiamo parlando di salute. Di diritti. La povertà energetica non si combatte con l’attesa di un Pnacc o di un bando regionale, ma con spazi pubblici aperti, freschi, vicini. Ora. Perché il prossimo luglio, quando l’Adriatico sarà di nuovo una vasca calda e l’asfalto tornerà a sfrigolare, quell’anziano sotto il balcone non dovrà più scegliere tra il forno di casa e un autobus che forse non passa.