Acquirente pubblico centrale per le rimozioni di CO₂: 250 milioni di tonnellate tra 2031 e 2040.

Integrare le rimozioni di carbonio nel mercato delle emissioni senza lasciare che le imprese le acquistino direttamente. È il paradosso al centro della strada imboccata dalla Commissione europea, che ha presentato lo scorso 17 luglio la sua proposta per ridefinire il ruolo delle rimozioni di carbonio nella riforma dell’ETS. L’idea, sulla carta, è semplice: creare un mercato per i crediti di rimozione permanente e agganciarlo al sistema di scambio delle quote di emissione. Peccato che il meccanismo scelto assomigli più a un programma di acquisto pubblico centralizzato che a un mercato vero.

Non siamo di fronte a un dettaglio tecnico. La scelta tra un percorso diretto — le aziende comprano crediti di rimozione per compensare le proprie emissioni — e uno indiretto — è un’autorità pubblica a comprarli per conto del sistema — cambia radicalmente gli incentivi, i tempi e la platea dei soggetti coinvolti. E apre una domanda scomoda: se l’obiettivo era usare il mercato per abbattere i costi della decarbonizzazione, perché mettere un funzionario al posto del mercato?

Un acquirente centrale per un mercato che doveva essere libero

La proposta presentata il 17 luglio ribalta la logica consueta dell’ETS. Finora il sistema ha funzionato con un principio lineare: chi emette compra quote, chi riduce le emissioni ne vende. Con le rimozioni permanenti di carbonio — quelle che tolgono CO₂ dall’atmosfera e la stoccano per secoli, come la bioenergia con cattura e stoccaggio o la cattura diretta dall’aria — ci si sarebbe potuti aspettare un’estensione dello stesso schema: ogni tonnellata rimossa genera un credito che l’impresa può usare per la conformità.
Invece no.

La Commissione ha scelto un percorso indiretto. Niente crediti di rimozione nei conti delle aziende regolate dall’ETS. Al loro posto, sarà un’autorità pubblica ad acquistare le rimozioni attraverso un programma dedicato, finanziato mettendo all’asta quote ETS aggiuntive. In pratica, lo Stato — o meglio, la Commissione stessa nel ruolo di acquirente centrale — si interporrà tra chi realizza le rimozioni e chi emette. I progetti di rimozione venderanno alla Commissione, non alle imprese. E la Commissione ritirerà dal mercato un volume equivalente di quote, restringendo il cap complessivo.

L’effetto sull’ambiente, in teoria, non cambia: le emissioni nette scendono. Ma cambia tutto il resto. Un meccanismo centralizzato di questo tipo elimina la pressione concorrenziale sui prezzi delle rimozioni, perché non esiste un mercato secondario in cui le aziende possono scegliere tra fornitori diversi. Elimina anche la possibilità che le imprese più innovative usino le rimozioni come leva strategica per anticipare gli obblighi di conformità. E consegna a Bruxelles un potere di acquisto enorme senza che sia ancora chiaro con quali criteri verranno selezionati i progetti, a quali prezzi e con quali garanzie di qualità.

Ma cosa significa in concreto questo meccanismo per i volumi di rimozione e per chi dovrà realizzarli?

250 milioni di tonnellate in bilico tra pubblico e privato

I numeri, infatti, sono imponenti. La proposta prevede di integrare nel sistema ETS 250 milioni di tonnellate di rimozioni permanenti di carbonio di alta qualità tra il 2031 e il 2040. Per finanziare l’operazione, la Commissione metterà all’asta 250 milioni di quote aggiuntive e utilizzerà i proventi per acquistare le rimozioni certificate. È un volume che corrisponde a circa un quarto delle emissioni annuali dell’intero sistema ETS. Non bruscolini.

Ma la domanda è: chi realizzerà queste rimozioni e con quali certezze? Un produttore di rimozioni — che sia un impianto di cattura diretta dall’aria in Islanda o un progetto di biochar in Italia — oggi guarda a questo schema e vede un unico cliente possibile: la Commissione. Non può diversificare il rischio, non può negoziare con acquirenti multipli, non può usare contratti forward per finanziarsi. Dipende interamente dalla disponibilità di Bruxelles a comprare, dai tempi delle aste e dai criteri di eleggibilità che verranno definiti — forse — nei prossimi anni.

Per i cittadini e le imprese regolate dall’ETS, il costo è indiretto ma reale: le 250 milioni di quote aggiuntive immesse per finanziare gli acquisti pubblici riducono il cap, dunque spingono al rialzo il prezzo delle quote per tutti. È vero che l’obiettivo climatico lo imporrebbe comunque, ma la scelta di un canale centralizzato toglie alle imprese la flessibilità di decidere se e quando usare le rimozioni, trasformando quello che poteva essere uno strumento di gestione del rischio in un costo certo e opaco. E la trasparenza sui criteri di acquisto non è negoziabile quando si maneggiano miliardi di euro di proventi d’asta.

Ma mentre Bruxelles mette a punto il suo schema, qualcuno si muove più in fretta.

Londra accelera, Bruxelles arranca?

Oltremanica, l’Autorità britannica ha già fissato una tabella di marcia serrata: intende legiferare per integrare le rimozioni di gas serra nel sistema di scambio di emissioni del Regno Unito entro la fine del 2028, con l’obiettivo di rendere operativa l’integrazione entro la fine del 2029. Siamo due anni prima dell’avvio del programma europeo, che scatterà nel 2031. E la differenza non è solo di calendario: il Regno Unito sta esplorando un’integrazione diretta delle rimozioni nel mercato, avvicinandosi molto di più a un vero scambio tra chi emette e chi rimuove.

Il contrasto è istruttivo. Da una parte un sistema che punta sulla semplicità dell’acquirente pubblico ma rischia di allontanare gli investitori privati; dall’altra un’impostazione che cerca di usare il mercato per quello che sa fare meglio — scoprire prezzi, allocare risorse, premiare l’efficienza. L’Europa ha dalla sua la scala del mercato unico e un quadro di certificazione delle rimozioni già in fase avanzata, ma se i tempi di attuazione slitteranno e i segnali di prezzo resteranno mediati da Bruxelles, i progetti potrebbero semplicemente cercare acquirenti altrove. O non nascere affatto.

Rimane aperta la domanda sulla capacità dell’UE di non restare indietro. Riuscirà l’Unione a conciliare la prudenza regolatoria con la necessità di stimolare un mercato delle rimozioni dinamico e competitivo? La partita è appena iniziata, e per ora il paradosso resiste: abbiamo costruito il più grande mercato delle emissioni del mondo, ma quando si tratta di rimuovere il carbonio dall’atmosfera, preferiamo far comprare allo Stato.