Il fondo da 120 milioni in tre anni coprirebbe meno del 10% degli impianti, mentre Berlino impone la ricarica rapida

L’Italia ha circa 22.700 distributori di carburante. La Francia ne ha 11.040, meno della metà. Sono numeri che raccontano una densità della rete italiana senza paragoni in Europa — e che pongono un problema quando si parla di transizione energetica. Lo scorso 23 luglio, il Consiglio dei Ministri ha inserito nel disegno di legge Concorrenza una misura del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza energetica: un contributo fino a 60mila euro, nella misura massima del 50% delle spese sostenute, per i titolari di impianti che scelgano di riconvertirli in stazioni di ricarica per veicoli elettrici o in punti di produzione di biocarburanti. La domanda è immediata: quanti dei 22.700 impianti italiani potranno davvero accedere a questo incentivo?

L’Italia e le sue 22.700 stazioni: un paradosso da riconvertire

Il dato di partenza è noto da tempo. Già nel marzo 2024, il Corriere della Sera segnalava che l’Italia è il paese europeo con il maggior numero di distributori di benzina: 22.700, contro — ad esempio — gli 11.040 francesi. Una densità che ha radici storiche e normative, legate a un modello di distribuzione frammentato e a una rete capillare cresciuta senza processi di razionalizzazione. Oggi quella frammentazione diventa un nodo da sciogliere: perché se la direzione è l’elettrificazione e i biocarburanti, ogni impianto che chiude senza essere riconvertito è un costo sociale ed economico, oltre che un presidio territoriale che scompare.

La risposta del governo arriva, appunto, con il DDL Concorrenza approvato lo scorso 23 luglio. Il contributo copre fino alla metà delle spese, con un tetto di 60.000 euro a impianto. Per le stazioni di ricarica elettrica, inoltre, è richiesta una potenza minima di almeno 90 kW per infrastruttura — un requisito che esclude di fatto le colonnine a bassa potenza e punta su una ricarica in corrente continua, più rapida ma anche più costosa da installare. Il problema di fondo è aritmetico: 60mila euro a impianto, con uno stanziamento annuale che vedremo tra poco, bastano per una frazione minima della rete esistente. Il resto dovrà trovare un’altra strada, o semplicemente chiudere.

Germania, obbligo di colonnine fast: 8.000 punti in arrivo

Mentre l’Italia si affida a un incentivo su base volontaria, la Germania ha già deciso di percorrere una strada diversa. Dal 2028, gli operatori con almeno 200 stazioni di servizio saranno obbligati a installare un punto di ricarica con una capacità minima di 150 kW in tutte le loro stazioni. Il governo tedesco stima che la misura aggiungerà circa 8.000 nuovi punti di ricarica rapida su tutto il territorio nazionale. Non un bonus, non un incentivo: un obbligo, che interviene sulla struttura del mercato imponendo ai grandi operatori — come Aral o le altre reti — un adeguamento tecnologico senza scappatoie.

I 150 kW del requisito tedesco sono quasi il doppio dei 90 kW minimi previsti dalla norma italiana. E la differenza non è solo tecnica: è filosofica. Berlino ha scelto di non negoziare con la convenienza dei gestori, ma di fissare un’asticella e un calendario. Roma ha preferito un meccanismo di contribuzione che lascia al singolo titolare la decisione se investire o meno. Due velocità, due idee di come accompagnare la transizione. Con un elemento comune: il 2028. Per la Germania sarà l’anno in cui l’obbligo scatterà; per l’Italia, l’anno in cui il fondo inizierà a erogare le sue prime risorse.

Il banco di prova: 40 milioni l’anno fino al 2030

Il DDL Concorrenza mette sul piatto 40 milioni di euro all’anno, dal 2028 al 2030, pescando dal Fondo dei proventi delle aste di quote di emissione di CO₂. Tre anni, 120 milioni complessivi. Se ogni riconversione ricevesse il tetto massimo di 60.000 euro, basterebbero per circa 667 impianti all’anno — 2.000 in tre anni, meno del 10% della rete attuale. Il calcolo è teorico: non tutte le domande arriveranno al massimale, e non tutti gli impianti avranno i requisiti per presentarle. Ma dà la scala del problema. I 22.700 distributori italiani non si riconvertono con 120 milioni in tre anni. Servirebbe una strategia più ampia, oppure bisognerà accettare che una parte consistente della rete semplicemente uscirà dal mercato.

I requisiti tecnici stringono ulteriormente il perimetro. I 90 kW minimi per le stazioni di ricarica elettrica escludono le soluzioni più economiche in corrente alternata e rendono necessario un adeguamento della connessione alla rete elettrica, che in molte aree — soprattutto nei piccoli centri e lungo le strade secondarie — non è scontato. Un distributore che oggi vende gasolio in un paese di duemila abitanti difficilmente avrà una cabina elettrica dimensionata per erogare 90 kW in continua. E 60mila euro, in quel contesto, potrebbero coprire solo una parte dell’investimento necessario. Il rischio è che l’incentivo finisca per concentrarsi sugli impianti già meglio posizionati — quelli vicini alle grandi arterie, con volumi di traffico sufficienti a giustificare l’investimento — lasciando indietro proprio la rete minore che, sulla carta, avrebbe più bisogno di essere accompagnata nella transizione.

Il confronto con la Germania, a questo punto, non è solo una curiosità: è un termine di paragone concreto. Gli 8.000 punti di ricarica tedeschi arriveranno da un obbligo normativo, non da un incentivo: il costo ricade sugli operatori, non sul bilancio pubblico. In Italia, invece, lo Stato mette una somma definita — 40 milioni all’anno — e aspetta che il mercato risponda. Quanti impianti risponderanno dipenderà dalla convenienza effettiva, dal costo delle opere di adeguamento, dalla domanda di ricarica in una data zona. Tre variabili che, oggi, è impossibile prevedere con precisione. Ma che determineranno se il DDL Concorrenza sarà ricordato come l’inizio di una riconversione su larga scala o come un intervento marginale su una rete rimasta invariata nella sua struttura.

Il 2028 sarà l’anno della verifica. Da una parte l’obbligo tedesco — una leva regolatoria che non ammette deroghe — dall’altra il fondo italiano, con le sue domande, le sue istruttorie e i suoi 60mila euro a pratica. La partita si gioca su due piani diversi: la capacità di spesa pubblica, che in Italia è quella che è, e il numero effettivo di riconversioni, che dipenderà da quanto i gestori riterranno vantaggioso cogliere l’incentivo. Al momento, l’unica certezza è aritmetica: con 22.700 distributori da trasformare, 40 milioni all’anno sono un inizio. Ma niente di più.