Corte dei conti: più controlli sugli incentivi ambientali, mentre Francia e Germania li tagliano.
Non una truffa in senso penale, sia chiaro. L’osservazione è più sottile e più scomoda: si è speso molto, ma nessuno è in grado di dire se quei soldi abbiano davvero ridotto le emissioni o se abbiano soltanto gonfiato le vendite di veicoli che, forse, sarebbero stati comprati comunque. Per un incentivo nato in nome dell’ambiente, la domanda non è secondaria.
Tre miliardi, ma dove sono le emissioni?
Secondo la Corte dei conti, nel periodo esaminato sono stati prenotati incentivi per 3 miliardi di euro, a fronte di 4.830 concessionari accreditati sulla piattaforma dedicata e di 1.359.380 prenotazioni completate. Numeri che fotografano una macchina amministrativa imponente e una partecipazione ampia, certo. Ma raccontano solo una parte della storia: quanti soldi sono stati mobilitati.
L’altra parte — quella che dovrebbe giustificarli — è fatta di tonnellate di CO₂ evitate, di auto inquinanti rottamate, di emissioni che non sono mai entrate in atmosfera. E su questo la Corte è esplicita: mancano strumenti di monitoraggio adeguati sull’efficacia ambientale. Il problema non è quindi soltanto contabile. È che senza verifica, l’incentivo rischia di trasformarsi in un trasferimento di denaro pubblico privo di garanzie sul risultato. Un sussidio alle vendite, non all’ambiente.
Come si sia arrivati a spendere tre miliardi senza un sistema di verifica è la domanda che la relazione lascia aperta, e per rispondere bisogna tornare indietro di qualche anno.
Un’agevolazione del 2019, una Corte che chiede conto solo ora
Gli Ecobonus sono le agevolazioni previste dalla legge di bilancio 2019 per l’acquisto di veicoli a due o quattro ruote a ridotte emissioni di CO₂. Da allora l’incentivo ha attraversato governi e stagioni politiche diverse, stratificando regole, finestre, requisiti e massimali. Un quadro che la Sezione centrale di controllo sulla gestione delle amministrazioni dello Stato, approvando la relazione lo scorso 13 luglio, chiede di semplificare.
Il richiamo della Corte non si limita alle cifre. C’è un passaggio netto: rafforzare il monitoraggio sull’efficacia ambientale e semplificare il quadro regolatorio. In altre parole, per la magistratura contabile l’architettura attuale è troppo complessa e troppo opaca nei risultati. Una combinazione che rende difficile capire se la spesa pubblica stia davvero comprando meno CO₂ o soltanto più veicoli nuovi.
L’Italia, però, non è sola a fare i conti con incentivi all’auto elettrica in affanno. Il confronto con i vicini europei è inevitabile, e non è rassicurante.
Francia taglia il leasing sociale, la Germania ha già speso 10 miliardi
In Francia, l’aiuto statale per il leasing sociale di auto elettriche — uno strumento pensato per rendere l’auto a batteria accessibile ai redditi bassi — è sceso da 13.000 euro nel 2024 a 7.000 euro nel 2025, come riportato dall’analisi di Vaielettrico. Un taglio di quasi il 50 per cento in un solo anno, segnale di quanto un incentivo generoso possa diventare rapidamente insostenibile per le casse pubbliche.
La Germania offre un esempio ancora più netto di quanto costino questi programmi. Già a dicembre 2023, i dati diffusi dal ministero competente e ripresi da Clean Energy Wire indicavano 2,1 milioni di veicoli sovvenzionati dal programma tedesco, con pagamenti per circa 10 miliardi di euro dal suo inizio nel 2016. Anche lì, il programma è stato bruscamente interrotto, alimentando dubbi sulla sua reale efficacia nel tempo.
Il dato tedesco, letto accanto a quello italiano, è istruttivo: dieci miliardi per 2,1 milioni di veicoli in otto anni, contro tre miliardi per 1,36 milioni di prenotazioni complete nell’ultimo periodo esaminato. L’Italia ha speso meno in termini assoluti, ma ha anche raccolto segnali meno chiari sull’impatto ambientale. Ed è esattamente su questo punto che la Corte dei conti ha acceso il faro.
Resta aperta la domanda di fondo: chi controllerà che i prossimi incentivi producano davvero meno CO₂? La Corte ha fatto la sua parte, mettendo nero su bianco i limiti del sistema attuale. Ora tocca a governo e Parlamento decidere se continuare a spendere al buio o ripensare l’incentivo perché serva davvero alla transizione — e non soltanto alle vendite.




