La corte ha annullato le norme per un vizio procedurale, non per un dissenso sulle tutele

Bastava uno studio di impatto ambientale fatto bene. Non una questione di merito, non un conflitto su dove tracciare il confine di un’area protetta o su quali ecosistemi meritino tutela. Lo scorso 8 aprile la Corte Suprema della Contea di Albany ha affossato l’intero impianto delle nuove normative Part 664 con un verdetto che non entra nel cuore della politica ambientale, ma ne smonta l’architettura amministrativa: secondo la sentenza della Corte Suprema di Albany County, le regole promulgate come 6 NYCRR part 664 sono state annullate nella loro interezza per mancata conformità con il SEQRA, la legge statale sulla revisione della qualità ambientale. Dichiarate nulle, prive di effetto. E il motivo è tutto procedurale: il Department of Environmental Conservation non ha condotto una valutazione d’impatto ambientale adeguata prima di adottare il pacchetto normativo.

La falla procedurale che ha bloccato tutto

La decisione del giudice colpisce al cuore il processo regolatorio. Il DEC aveva presentato l’avviso di proposta normativa il 10 luglio 2024, raccogliendo oltre 4.900 commenti pubblici nel corso della procedura. Un numero imponente, che testimonia quanto il tema delle zone umide scaldi gli animi di proprietari terrieri, sviluppatori, municipalità e associazioni ambientaliste. Ma la partecipazione pubblica, da sola, non basta a sanare un vizio originario. La corte ha stabilito che l’agenzia ha saltato un passaggio chiave previsto dal State Environmental Quality Review Act: la valutazione sistematica degli impatti ambientali che le stesse norme avrebbero potuto generare. È un paradosso raffinato, quasi beffardo: le regole pensate per proteggere gli ecosistemi acquatici sono state invalidate perché chi le ha scritte non ha dimostrato di averne soppesato le conseguenze ambientali.

La sentenza non tocca il merito delle tutele. Non dice se la soglia dei 7,4 acri fosse troppo bassa o troppo alta, né se la definizione di “adiacenza” fosse troppo estensiva. Si limita a constatare un errore di processo. E questo è il punto che più conta per capire cosa succede adesso: il potere del DEC sulle zone umide non è stato ridimensionato di un millimetro. Anzi.

Il paradosso giuridico: più poteri, meno regole

Già nel 2022, con l’approvazione del bilancio statale, il Part QQ del Chapter 58 delle Laws of 2022 aveva modificato in profondità il Freshwater Wetlands Act del 1975. La legge originale – nata per “preservare, proteggere e conservare le zone umide d’acqua dolce e i benefici che ne derivano” – assegnava al Commissario del DEC il compito formidabile di studiare e mappare i terreni umidi di almeno 12,4 acri, o di estensione inferiore se ritenuti di “insolita importanza locale”. Era un sistema che faceva della mappatura il presupposto della giurisdizione: se un’area non compariva sulle mappe ufficiali, semplicemente non era soggetta a regolazione statale.

Gli emendamenti del 2022 hanno ribaltato questa logica. Hanno eliminato il requisito che le zone umide d’acqua dolce fossero mappate per essere soggette alla regolamentazione. Le mappe del DEC, da quel momento, sono diventate meramente informative e non necessariamente determinanti per stabilire la giurisdizione normativa. È un ampliamento silenzioso ma radicale dell’autorità dell’agenzia, che ora può intervenire su aree non cartografate basandosi su criteri funzionali e indicatori ecologici. E qui si innesta il paradosso creato dalla sentenza di aprile: la corte ha annullato il Part 664, ma ha lasciato in vigore sia il Part 663 – che stabilisce i requisiti per i permessi – sia gli emendamenti statutari del 2022. Il DEC mantiene quindi la giurisdizione ampliata su zone umide tra 7,4 e 12,4 acri, su zone umide di particolare importanza locale e sulle aree adiacenti, oltre al quadro della presunzione relativa. Ma lo fa senza il regolamento attuativo che avrebbe dovuto rendere quella giurisdizione operativamente gestibile.

Il risultato, spiega l’analisi di Foley Hoag pubblicata il 12 aprile 2026, è che per effetto di legge torna a valere lo status quo antecedente all’entrata in vigore delle norme invalidate, ma l’autorità ampliata del DEC ai sensi del Freshwater Wetlands Act rimane pienamente operativa. Un’agenzia con più potere giurisdizionale e meno strumenti regolatori per esercitarlo. Non esattamente la ricetta per la certezza del diritto.

Cosa cambia per chi deve fare i conti con le zone umide

A cascata, l’assenza di regolamenti chiari ricade su progettisti, proprietari terrieri e amministrazioni locali. Chi possiede un terreno che confina con un’area potenzialmente umida – e la definizione, dopo il 2022, è tutto fuorché scontata – si trova davanti a determinazioni giurisdizionali che richiederanno revisioni più intensive e tempi più lunghi, mentre il DEC applica lo statuto senza un quadro regolatorio completo. Non è un dettaglio burocratico: ogni giorno di attesa per una determinazione è un giorno in cui un progetto edilizio, un intervento agricolo o un’opera infrastrutturale resta congelato.

C’è poi un punto specifico che rende la situazione ancora più incerta. Come segnalato da un’analisi pubblicata da Inside Climate News lo scorso 9 luglio, le zone umide di importanza insolita sono ora al di fuori della giurisdizione del DEC. La sentenza, annullando il Part 664, ha fatto cadere anche le protezioni per queste aree di particolare valore ecologico. Fino a quando l’agenzia non avrà completato un nuovo processo normativo – stavolta con una valutazione SEQRA in piena regola – quelle zone restano scoperte. Il paradosso è completo: la riforma del 2022 aveva ampliato la platea delle aree tutelabili, ma il vizio procedurale del 2026 ha lasciato alcune delle più sensibili prive di qualsiasi scudo.

Nell’attesa, resta solo la pazienza. Il DEC dovrà riavviare l’iter, ripresentare le norme, condurre questa volta uno studio d’impatto ambientale che regga al vaglio giudiziario. E nel frattempo, la legge ampliata del 2022 è l’unico faro in un panorama normativo dove le vecchie regole non ci sono più e le nuove non sono ancora arrivate. Per chi opera sul territorio, il messaggio è chiaro: tempi lunghi, costi di compliance difficili da stimare e un quadro tutto da scrivere. La partita delle zone umide di New York non è chiusa: è solo entrata in un intermezzo dove il DEC ha più potere ma meno strumenti, e chi deve fare i conti con la realtà fisica del territorio si prepara a navigare a vista.