Sedici mesi dopo Strasburgo, l’Ecomafie presenta una relazione, ma la regione resta prima per illeciti ambientali.

Lo scorso 18 giugno, oltre sedici mesi dopo che la Corte europea dei diritti dell’uomo aveva condannato l’Italia per non aver protetto le vite dei residenti nella Terra dei Fuochi, la Commissione parlamentare d’inchiesta sulle Ecomafie ha approvato la relazione sulla Terra dei Fuochi. Il relatore l’ha descritta come un lavoro lungo e approfondito, frutto di tre anni di attività, sei missioni sul territorio, 32 audizioni e dell’acquisizione di oltre 9.000 pagine di documentazione. La conferenza stampa di presentazione era stata convocata per il 25 giugno a Casal di Principe, aperta agli organi di informazione.

Il punto di partenza è una sentenza depositata il 30 gennaio 2025 nella causa Cannavacciuolo e altri contro Italia. I giudici di Strasburgo avevano stabilito che le autorità italiane non avevano affrontato il problema della Terra dei Fuochi con la diligenza giustificata dalla gravità della situazione e non avevano adottato tutte le misure necessarie per proteggere le vite dei ricorrenti. Una condanna chiara. La relazione parlamentare arriva oltre sedici mesi dopo.

Un’istruttoria imponente, una risposta tardiva

Tre anni di istruttoria, sei missioni sul territorio, 32 audizioni, 9.000 pagine: non si può dire che manchi il materiale. Il paradosso è nella cronologia. Quando la Commissione ha approvato la relazione, la sentenza di Strasburgo era già parte del dibattito da più di un anno e mezzo. E la questione non era nata con la sentenza: già a metà degli anni Duemila la regione Campania era diventata nota a livello internazionale per lo smaltimento illegale dei rifiuti da parte della Camorra durante la crisi locale di gestione dei rifiuti. In un dossier che parte da lontano, la durata dell’istruttoria parlamentare non basta a spiegare perché la risposta sia arrivata solo adesso.

L’impressione è che la relazione fosse completa, ma tardiva. Il lavoro ricostruisce fenomeni noti, li documenta e li riordina. Manca però la parte che interessa ai cittadini: cosa succede dopo, con quali risorse e con che tempi. Le 9.000 pagine restano un archivio se non diventano atti vincolanti e controlli reali.

Il primato che la relazione non può nascondere

I numeri raccontano un’emergenza che non si è chiusa. Secondo i dati raccolti da Legambiente e riferiti al 2024, la Campania è la regione italiana con il maggior numero di illeciti penali ambientali: 6.104 reati, pari al 15% del totale nazionale. È il dato di partenza, non la scoperta della relazione. La prima posizione non è un primato simbolico: misura quanto la vita quotidiana nel territorio resti esposta a fenomeni che la politica ha già avuto modo di conoscere.

La relazione aggiunge un elemento meno visibile ma più preoccupante: la contaminazione delle acque. Morrone, nell’illustrare il documento, ha sottolineato che la contaminazione delle acque è un aspetto meno evidente dell’inquinamento del territorio rispetto agli abbandoni di rifiuti, ma molto presente e più preoccupante. «Le acque circolano – ha spiegato – per cui non è possibile occuparsi del problema da un punto di vista dei singoli territori, ma in modo complessivo, dunque a livello regionale». È la parte più difficile da governare, perché non si ferma ai confini comunali e richiede un’azione regionale coerente.

Casal di Principe, il simbolo e le domande aperte

La relazione è stata presentata a Casa Don Diana a Casal di Principe, un luogo che da solo concentra il significato della legalità in quel territorio. Scelta coerente con il valore simbolico della battaglia, ma anche una mossa che sposta l’attenzione dalla relazione alle aspettative che evoca.

Resta la domanda: se dopo tre anni di lavoro, sei missioni, 32 audizioni e oltre 9.000 pagine la Campania è ancora la regione con il maggior numero di reati ambientali, quali conseguenze concrete sono previste per chi vive e lavora nella Terra dei Fuochi? La relazione, per quanto imponente, non risponde da sola. Serve capire se diventerà un atto di indirizzo vincolante o se resterà un documento di denuncia senza seguito.