Il taglio UE del 90% entro il 2040 rallenta la riduzione annuale delle quote in un mercato globale del carbonio più competitivo.
Un fattore di riduzione lineare non dovrebbe fare notizia. Eppure il 3,7% e poi l’1,7% che la Commissione ha messo sul tavolo cambiano il ritmo con cui l’Europa smette di emettere CO2. Lo scorso 17 luglio, la Commissione europea ha proposto una revisione mirata del sistema di scambio di quote di emissione dell’UE per rafforzare la competitività industriale europea e sostenere l’obiettivo climatico dell’UE per il 2040. Tra i punti della proposta c’è l’aggiornamento del fattore di riduzione lineare, portato al 3,7% per il 2031-2035 e all’1,7% per il 2036-2040.
Per capire il senso della mossa serve un passaggio tecnico. L’EU ETS è un sistema cap-and-trade: ogni anno, il tetto complessivo delle quote disponibili scende. Il fattore di riduzione lineare è la percentuale che riduce quel tetto anno dopo anno. Istituito nel 2005, l’EU ETS è il primo sistema internazionale di scambio di emissioni al mondo; oggi è nella quarta fase, che copre il periodo 2021-2030. La proposta della Commissione aggiorna quel parametro portandolo al 3,7% per il 2031-2035 e all’1,7% per il 2036-2040. Detto in altri termini: la riduzione annuale rallenta, e nella seconda metà del decennio 2030 scende a meno della metà del ritmo previsto per il quinquennio precedente.
Il punto critico è che questa frenata convive con un impegno più ambizioso. Già a marzo 2026, l’UE ha fissato un obiettivo giuridicamente vincolante di riduzione delle emissioni del 90% entro il 2040 rispetto al 1990, con un obiettivo interno dell’85% e fino al 5% di crediti internazionali di carbonio. Ridurre il fattore di riduzione lineare all’1,7% nella seconda metà del decennio significa allentare il ritmo annuale del taglio delle quote mentre si dichiara un -90%. È questa coerenza, o la sua mancanza, a rendere la revisione più di una manutenzione tecnica. Ma quei numeri non vivono nel vuoto: vanno letti dentro un mercato globale del carbonio in rapido movimento.
Il paradosso europeo e l’ombra della Cina
Per capire se il rallentamento dell’LRF sia una resa o una mossa di realismo, serve guardare fuori dai confini europei. L’UE è stata pioniera nel 2005, ma oggi, secondo i dati ICAP, il mercato nazionale del carbonio della Cina è il più grande del mondo per emissioni coperte: stima circa 8 miliardi di tonnellate di CO2, più del 60% delle emissioni nazionali. Nel novembre 2025 la Cina ha presentato il suo primo NDC con obiettivi assoluti di emissioni. Il quadro è quello di un mercato globale dove la leadership europea non è più scontata: la Cina ha dimensioni maggiori e, con gli obiettivi assoluti, segnala una traiettoria propria. Il rallentamento dell’LRF europeo arriva esattamente in questo contesto competitivo.
Il segnale che decide chi investe
Dai tavoli della Commissione al cantiere, il fattore di riduzione lineare stabilisce il ritmo con cui le quote diventano più scarse. È quel ritmo a orientare le decisioni di chi progetta e finanzia impianti di energia pulita ed efficienza: se il tetto scende lentamente, il prezzo della CO2 — il segnale che rende conveniente decarbonizzare — cresce con minore pressione. Se il tetto scende troppo lentamente rispetto all’obiettivo del -90%, chi investe oggi deve chiedersi se il segnale di prezzo sarà abbastanza forte da ripagare il capitale. Come ha scritto E3G, la revisione non è più solo una questione di mercato del carbonio: è diventata un dibattito politico sul futuro industriale dell’UE. A quel punto la domanda non è tecnica ma strategica: rallentare il ritmo annuale delle quote serve a proteggere l’industria europea o a dilazionare la decarbonizzazione?
La revisione dell’EU ETS non è un dettaglio burocratico: è il segnale di prezzo che determinerà se l’industria europea investirà nella decarbonizzazione o resterà a guardare mentre altri mercati corrono più veloci.




