A Petacciato la frana si è riattivata ad aprile, dopo oltre un secolo di rischio noto
Oltre la metà dei Comuni italiani è esposta al rischio idraulico e a quello da frana: lo documenta la Corte dei Conti. A Petacciato, in Molise, lo sapevano da più di un secolo. Tra il 1906 e il 2015 si contano almeno quindici episodi franosi, quasi sempre legati a piogge intense. Eppure, quando ad aprile di quest’anno la frana si è riattivata con ripercussioni anche in Puglia, l’effetto è stato quello della sorpresa. Non avrebbe dovuto esserlo: come documenta l’analisi di LifeGate, il fenomeno «era noto a tutti ma non è stato fatto nulla».
La storia di Petacciato non è un incidente geologico. È un fallimento annunciato della prevenzione: promesse e risorse cresciute, opere mai concluse, infrastrutture e comunità lasciate esposte. E il conto, prima o poi, arriva.
Un secolo di promesse, un cantiere mai aperto
Per capire cosa è andato storto serve la cronologia. La frana di Petacciato viene classificata come una frana cosiddetta «intermittente», impossibile da bloccare in maniera definitiva. Non per questo era impossibile intervenire: secondo i geologi, si sarebbe potuto fare qualcosa. Il punto non è se la montagna si muove, ma perché le opere promesse non erano pronte quando servivano.
Le istituzioni lo sapevano da tempo. Già nel 2021 la Regione Molise annunciava l’imminente gara di progettazione per il consolidamento idrogeologico del versante Nord-Est a valle dell’abitato, con un impegno economico complessivo di oltre quaranta milioni di euro. L’annuncio prometteva una partenza imminente. La realtà è stata diversa: il bando per l’affidamento congiunto di progettazione esecutiva e realizzazione dell’intervento è stato pubblicato solo a dicembre 2025.
Tra l’annuncio regionale e il bando sono passati più di quattro anni. Nel frattempo il versante ha continuato a muoversi. Ma il costo di questo ritardo non si misura solo in anni di attesa: si misura in strade e binari chiusi.
L’Adriatico spezzato e l’ironia dei fondi
La cronologia del ritardo conduce direttamente ai suoi effetti sul territorio. Ad aprile, il fronte della frana ha interrotto l’Autostrada A14 nel tratto compreso tra Montenero di Bisaccia e Termoli, in entrambe le direzioni. Contemporaneamente è stata sospesa la circolazione ferroviaria sulla linea Adriatica tra Vasto e Termoli. Il corridoio adriatico, strada e ferro, si è fermato.
Qui sta l’ironia. Nel ciclo degli interventi pubblici sullo stato di attuazione del dissesto idrogeologico, pubblicato a fine luglio, la Corte dei Conti rileva che l’aumento delle risorse disponibili non si è tradotto, almeno finora, in un corrispondente incremento delle opere concluse. Più risorse, non più cantieri finiti. E permangono criticità nella qualità e nella completezza delle informazioni disponibili.
È la contraddizione centrale. Mentre il Molise restava senza intervento, i fondi per il dissesto continuavano a crescere. Tra il finanziamento e il cantiere c’è un vuoto fatto di bandi tardivi, progettazioni che slittano, informazioni incomplete. E se accade qui, dove il rischio è noto da un secolo, cosa accade negli altri Comuni italiani nella stessa condizione?
Quanti Montaguto servono ancora?
La domanda non è retorica. Il dissesto idrogeologico è una condizione strutturale del territorio italiano, ribadisce la Corte dei Conti: oltre la metà dei Comuni è esposta sia al rischio idraulico sia a quello da frana. Non è un’eccezione molisana, è la normalità della penisola.
Il precedente più chiaro arriva da sedici anni fa. Nel marzo 2010, piogge incessanti riattivarono la frana di Montaguto, in provincia di Avellino, che bloccò la linea ferroviaria da Roma e Napoli verso la Puglia. Anche allora conoscevamo il rischio. Anche allora intervenimmo dopo.
La prossima frana non chiederà permesso. La domanda è se troverà, ancora una volta, un Paese impreparato.




