Il rapporto economico stima un possibile aumento dei prezzi del cibo, dopo un’estate di caldo record nel Mediterraneo

Un’estate da record nel Mediterraneo — anomalie fino a 8°C sopra la media, 33°C in mare aperto davanti a Maiorca — non è bastata. Nei giorni scorsi, l’Ocse ha lanciato un allarme: l’ultimo rapporto dell’organismo economico teme un imminente episodio di El Niño di intensità eccezionale, con un possibile aumento dei prezzi del cibo del 10 per cento. È un timore, non una certezza. Ed è un timore che non nasce dal nulla.

Va chiarito subito: si tratta di un rapporto economico, non di un atto vincolante. Il 10 per cento è una proiezione, non una condanna. Ma la domanda resta sospesa: con quali risorse e con che tempi si intende assorbire l’urto? Per ora la risposta non c’è, e questo dice più di qualsiasi percentuale.

Il Mediterraneo in ebollizione: l’estate dei record

A rendere credibile la paura dell’Ocse sono i numeri di un mare che ha già perso l’equilibrio. Già a fine giugno, il 29 per l’esattezza, il Mar Mediterraneo ha registrato un’anomalia della temperatura superficiale fino a 8°C rispetto alla media 1991-2020, secondo i dati dell’Agenzia spaziale europea. Non è stato un episodio isolato. Tra gennaio e giugno, la temperatura media della superficie del Mediterraneo ha raggiunto i 18,07°C: il terzo valore più alto mai registrato per un primo semestre, dietro solo al 2024 e al 2025. Circa l’80 per cento del bacino ha sperimentato condizioni di ondata di calore marina forte, severa o estrema, con gli eventi più persistenti concentrati nel Mediterraneo occidentale.

Poi è arrivata l’estate piena. A metà agosto, le temperature della superficie del mare nel Mediterraneo occidentale erano fino a 6°C sopra la media di lungo periodo, secondo Copernicus, con valori superiori a 5°C anche nell’Atlantico al largo della penisola iberica. A luglio, secondo Catherine Gregory, la temperatura media dell’intero Mar Mediterraneo ha superato i 27°C: il valore più alto mai registrato per quel mese. E una boa a ovest di Maiorca, in mare aperto, ha misurato più di 33°C. Trentatré gradi, in mare aperto. Lo riferisce ancora Gregory, e fotografa un mare che si comporta come un tropico.

Se l’acqua del Mediterraneo è già così calda, cosa succede alle filiere agricole tropicali quando El Niño colpirà davvero?

Caffè, cioccolato, olio di palma: il conto arriva al consumatore

Quella domanda ha già una risposta nei prezzi delle materie prime agricole. sono aumentati sensibilmente negli ultimi mesi, in parte a causa dell’impatto di eventi meteorologici estremi sull’offerta, come rileva l’Oecd Economic Outlook Interim Report di settembre. E il prossimo capitolo è già scritto: secondo un’analisi della Cnn, El Niño è destinato a combinarsi con le pressioni preesistenti sulle catene di approvvigionamento globali per aumentare i prezzi di prodotti tropicali come caffè, cioccolato e olio di palma.

Caffè, cioccolato, olio di palma: non sono beni di lusso. Sono la base di colazioni, merende, biscotti, creme spalmabili, prodotti da forno. Entrano nel carrello della spesa ogni giorno, in ogni fascia di reddito. Ed è qui che l’allarme dell’Ocse smette di essere un esercizio statistico e diventa una questione distributiva. Chi assorbirà il costo? I produttori, già esposti agli eventi estremi? I trasformatori, in mezzo alla catena? Oppure il conto finirà per intero sul consumatore finale? L’Ocse non lo dice. Il 10 per cento è una stima: il margine di errore non è scritto, ma la direzione sì.

Resta aperta la questione se l’Europa proteggerà i consumatori o se il costo finirà tutto sul carrello della spesa. Non è una domanda retorica: è il punto su cui si misurerà la capacità dei governi di trasformare un allarme climatico in una risposta concreta. Il lettore non dovrebbe chiedersi se El Niño arriverà, ma chi è pronto ad assorbire l’onda dei prezzi.