L’analisi di REF Ricerche mostra che il porta a porta funziona solo in contesti limitati

Lo scorso 2 luglio, un’analisi di REF Ricerche ha rimesso in discussione un pilastro della narrazione ambientale degli ultimi anni: la raccolta differenziata non fa risparmiare gli utenti sulla tariffa rifiuti. Al contrario, è un’attività che costa, e quei costi ricadono su chi dovrebbe beneficiarne. L’equazione che prometteva un doppio dividendo — meno rifiuti in discarica e bollette più leggere — si è rovesciata in un paradosso che tocca le tasche dei cittadini senza offrire strumenti per capire perché.

La promessa infranta

L’idea era semplice e seducente: separare carta, vetro, plastica e umido avrebbe ridotto i volumi da smaltire, abbattendo i costi complessivi del ciclo dei rifiuti e, di riflesso, la bolletta. I primi a smentire questa catena causale sono stati i ricercatori di REF Ricerche, che hanno messo nero su bianco un dato controintuitivo: «la raccolta differenziata è una attività che costa, che non fa risparmiare gli utenti, anzi». Non si tratta di un dettaglio tecnico, ma del cuore del problema. Il porta a porta, cardine operativo delle politiche di incremento delle percentuali di differenziata, funziona bene in comunità medio-piccole con abitazioni monofamiliari, dove i percorsi sono lineari e l’utenza è stabile. La stessa analisi mostra che il modello si inceppa quando arriva nelle aree urbane complesse, ad alta densità abitativa e a forte presenza di pendolari, turisti e city users. Dove il sistema è più fragile, l’impegno richiesto ai cittadini è maggiore, ma il beneficio economico semplicemente non si materializza.

A rendere il quadro ancora più amaro c’è il caso dell’ATO Toscana Sud, l’unico territorio toscano ad aver raggiunto l’autosufficienza impiantistica per chiudere il ciclo dei rifiuti. Un traguardo che dovrebbe rappresentare un vantaggio competitivo, ma che invece si traduce in costi di smaltimento più alti. Per il 2027, i dati presentati da REF Ricerche indicano che il costo di incenerimento all’impianto di Arezzo sarà di 142 euro a tonnellata. Avere gli impianti sotto casa non garantisce efficienza: la prossimità infrastrutturale, se non accompagnata da economie di scala e da una gestione trasparente, può diventare un fattore di aggravio tariffario. E qui si apre la domanda successiva: se il beneficio economico non arriva, quali sono i costi reali che alimentano questa spirale?

I numeri oltre i rifiuti

Per rispondere bisognerebbe poter guardare dentro i bilanci del settore. Ma i dati semplicemente non ci sono, o meglio, esistono ma non sono accessibili. I Piani Economico Finanziari regolatori di ARERA — l’autorità che dal 1º gennaio 2018 ha acquisito competenze di regolazione e controllo anche sul settore dei rifiuti, urbani e assimilati — e ancor più i MUD, le dichiarazioni sui rifiuti dei singoli Comuni, «non sono disponibili ai cittadini e ai ricercatori», rendendo impossibile condurre analisi economiche e tecniche serie. È un paradosso nella trasparenza: proprio mentre il sistema tariffario diventa più complesso e i costi crescono, i dati che permetterebbero di valutare se stiamo pagando il giusto spariscono dietro un muro di opacità amministrativa.

La TARI, introdotta con la legge di stabilità per il 2014 in sostituzione delle precedenti TIA, TARSU e TARES, doveva essere lo strumento per agganciare il prelievo ai costi effettivi del servizio. Invece è diventata una scatola nera. I Comuni determinano le tariffe sulla base di dati che i cittadini non possono verificare, e l’assenza di formati open data impedisce qualsiasi confronto territoriale o temporale. Senza accesso ai Piani Economico Finanziari, non si può sapere quanto incida realmente la raccolta differenziata sul costo complessivo, né se esistano alternative più efficienti. L’unica certezza è che il conto arriva, puntuale, ogni anno.

L’opacità non è solo un problema da addetti ai lavori: si riverbera direttamente sull’equità del prelievo. Una tariffa costruita su dati inaccessibili è una tariffa che non può essere contestata, né migliorata. E in un sistema che già mostra crepe evidenti — dove l’autosufficienza impiantistica si trasforma in un aggravio e dove il metodo di raccolta più promosso funziona solo in contesti limitati — l’impossibilità di analizzare i numeri diventa il vero buco nero della politica dei rifiuti.

Chi paga per l’ambiente?

A valle di questa catena di costi opachi e promesse non mantenute, resta una domanda inevitabile: a chi giova questo modello? Non certo ai cittadini delle aree urbane dense, dove il porta a porta si scontra con la complessità abitativa e con una mobilità territoriale che rende difficile, quando non impossibile, organizzare calendari di conferimento rigidi. Non ai contribuenti che ogni anno vedono la bolletta dei rifiuti salire senza che a quell’aumento corrisponda un servizio migliore o una rendicontazione comprensibile. E non alle imprese, che subiscono un sistema tariffario rigido e poco prevedibile.

La transizione ecologica, quando si traduce in politiche pubbliche, non può scaricarsi sulle spalle dei cittadini senza offrire in cambio trasparenza e strumenti di verifica. Finché i Piani Economico Finanziari e i MUD resteranno inaccessibili, l’unica certezza sarà che il conto arriva, ma nessuno sa perché. E fino a quando i costi resteranno opachi, anche l’impegno più virtuoso rischia di trasformarsi in un atto di fede cieca, non in una scelta consapevole.