Il 36,5% dei comuni non capoluogo ha ignorato i criteri ambientali minimi negli appalti pubblici

I numeri fanno bella figura in qualunque presentazione: 675 comuni «rifiuti free», oltre 4 milioni di cittadini che vivono in territori dove il secco residuo pro capite sta sotto i 75 chili all’anno, 12 municipalità in più rispetto all’anno scorso. Li ha appena contati, uno per uno, il dossier Comuni Ricicloni di Legambiente, presentato ieri all’Ecoforum 2026. Sembra la fotografia di un Paese che accelera verso la transizione ecologica. E in parte lo è. Ma se si sfoglia il dossier fino in fondo, la cartolina si increspa. Perché lo stesso rapporto certifica che nel 36,5 per cento dei comuni non capoluogo i Criteri Ambientali Minimi — i cosiddetti CAM, obbligatori per legge — non sono mai stati applicati negli appalti pubblici. Milleseicentocinquantacinque gare su 4.539 sono andate in porto senza che nessuno controllasse se i materiali acquistati avessero un’impronta ambientale accettabile.

La faccia nascosta del successo

Il meccanismo è tanto semplice quanto spietato: un comune entra nella lista dei «rifiuti free» se ogni suo abitante produce meno di 75 chilogrammi di indifferenziato in un anno. È una soglia severa, che premia i sistemi di raccolta più efficienti — porta a porta, tariffazione puntuale, campagne di sensibilizzazione — e marginalizza chi si limita alla gestione ordinaria. Nel 2025 i comuni virtuosi erano 663; ieri Legambiente ne ha certificati 675. L’incremento è modesto, appena dodici unità, ma il numero di cittadini coinvolti è cresciuto molto di più: dai 3,7 milioni dell’anno scorso ai quasi 4,1 milioni attuali. Significa che a entrare nella classifica, questa volta, sono stati comuni più popolosi. Un segnale incoraggiante, se si vuole guardare il bicchiere mezzo pieno.

Poi però si gira pagina. Ed è qui che il racconto si spacca in due. Perché l’Osservatorio Appalti Verdi — gestito sempre da Legambiente insieme a Fondazione Ecosistemi — ha raccolto i questionari di 531 comuni italiani: 51 capoluoghi di provincia e 480 non capoluoghi. Ne è uscito un indice medio di performance del Green Public Procurement fermo al 57 per cento. Due punti in più rispetto al 2025, certo. Ma con una forbice che fa riflettere: i capoluoghi viaggiano al 77 per cento, tutti gli altri al 55. E in 1.655 gare su 4.539, nei comuni non capoluogo, i CAM semplicemente non sono stati considerati. Un obbligo di legge diventato optional. Eppure, mentre alcuni comuni corrono, altri restano fermi: la geografia della sostenibilità è tutt’altro che uniforme.

Vincenti e vinti della geografia green

A trainare la classifica dei «rifiuti free» è ancora una volta il Nord-est. Il Veneto guida con 165 comuni virtuosi, più del doppio della seconda in graduatoria, la Lombardia, che ne conta 104. Stacca nettamente la Campania, terza con 73, unico barlume di Mezzogiorno in un quadro che resta fortemente sbilanciato. Dentro questa mappa ci sono storie che meritano attenzione: Nuoro, entrata in classifica lo scorso anno — caso raro per una città sarda — ha confermato la sua posizione anche in questa edizione. È un dettaglio che conta, perché dimostra che uscire dall’emergenza rifiuti non è impossibile nemmeno dove la gestione è stata storicamente complicata.

I capoluoghi, però, restano il punto dolente. Su 54 città monitorate, 35 hanno superato l’obiettivo del 65 per cento di raccolta differenziata — il 65 per cento del campione, ma soltanto il 33 per cento del totale dei capoluoghi italiani. Solo cinque amministrazioni (città come Treviso, Trento, Belluno, Pordenone) possono fregiarsi del titolo di «Rifiuti Free», con la produzione di indifferenziato sotto i 75 chili pro capite all’anno. Le altre arrancano. E qui il contrasto con i piccoli centri diventa imbarazzante: nei comuni sotto i 5.000 abitanti la raccolta differenziata corre, nei capoluoghi zoppica. Colpa della densità abitativa? Della complessità amministrativa? Della mancanza di impianti di prossimità? Le spiegazioni possibili sono molte, ma il dato resta: la taglia demografica, in Italia, è ancora un fattore determinante per la performance ambientale.

Resta aperto l’interrogativo: questa eccellenza è scalabile o resterà un patchwork di isole felici? I 675 comuni «rifiuti free» rappresentano meno del 9 per cento dei 7.894 municipi italiani. E se la crescita dei cittadini coinvolti è un buon indicatore — significa che entrano in classifica centri più grossi — il passo è lentissimo. Dodici comuni all’anno, di questo ritmo, significano decenni prima di coprire una quota significativa del territorio nazionale.

Il nodo irrisolto degli appalti verdi

Ma c’è un altro indicatore che getta ombre sulla retorica del successo. Ed è proprio quello sugli appalti. I Criteri Ambientali Minimi non sono una gentile concessione né una linea guida volontaria: sono un obbligo di legge, introdotto dal Codice degli appalti e rafforzato negli ultimi anni da decreti ministeriali e disposizioni europee. Stabiliscono che, quando un ente pubblico compra qualunque cosa — arredi, carta, servizi di pulizia, materiali edili — deve farlo scegliendo prodotti e fornitori che rispettino standard ambientali certificati. È uno dei cardini su cui si regge l’intera strategia europea per l’economia circolare. Eppure, in oltre un terzo dei comuni non capoluogo, questa norma viene ignorata.

L’indice medio del 57 per cento, già di per sé non esaltante, è la media tra un 77 per cento dei capoluoghi — dove evidentemente le strutture amministrative sono più attrezzate e i controlli più stringenti — e un 55 per cento del resto d’Italia. In 1.655 procedure di gara su 4.539, nei piccoli e medi comuni, la sostenibilità non è stata nemmeno presa in considerazione. Non è una svista. È un’abitudine.

La transizione ecologica è fatta di numeri che possono raccontare due storie opposte. Quella dei 675 comuni virtuosi e dei loro 4 milioni di cittadini è una corsa in avanti, fatta di amministrazioni che hanno investito in modelli di raccolta efficaci e che ora raccolgono i frutti. Quella del 36,5 per cento di gare senza criteri ambientali è un’Italia ferma, che tratta l’obbligo di legge come un adempimento rinviabile. Senza regole applicate da tutti, il rischio è che l’eccellenza resti un privilegio per pochi territori, mentre la transizione ecologica scivola in un racconto a due velocità: veloce per chi può, inesistente per chi non controlla. Cosa succederà ora ai comuni inadempienti? Il dossier non lo dice. Ma la domanda, a questo punto, andrebbe fatta a chi quei controlli dovrebbe garantirli.