Il 92,6% di riciclo nasconde un paradosso: mancano gli impianti per trattare i rifiuti raccolti

92,6%: è il tasso di riciclo complessivo italiano contro una media europea del 61,2%. Un’efficienza che farebbe invidia a molti impianti industriali. Il dato si incrocia con l’Ecoforum 2026 di Legambiente, svolto a Roma l’1 e 2 luglio, e con il dossier Comuni Ricicloni che per il 2026 certifica 675 comuni “rifiuti free”, in aumento rispetto ai 663 dell’anno precedente. Numeri che raccontano un Paese capace di performare quasi il doppio della media comunitaria. Ma dietro il primato si nasconde un paradosso che pesa più dei rifiuti non riciclati.

Il 92,6% che sfida l’Europa

La fotografia è nitida. Secondo i dati presentati da Comuni Ricicloni 2026, i centri abitati che contengono la produzione di rifiuto secco indifferenziato sotto i 75 chili per abitante all’anno sono saliti a quota 675 su un totale di 7.894 comuni italiani. Una progressione lenta ma costante che consolida l’Italia come caso di studio in Europa. Il tasso di riciclo complessivo — 92,6% — non è un’astrazione statistica: è il rapporto misurato tra i materiali effettivamente avviati a recupero e il totale dei rifiuti prodotti, inclusi gli scarti dei trattamenti. La media europea si attesta al 61,2%, più di trenta punti sotto. Numeri che dovrebbero tradursi in una filiera solida, con impianti di trattamento adeguati a chiudere il cerchio. Ma quanto è solido questo record senza un’infrastruttura all’altezza?

I 2,1 miliardi fantasma

Nel 2021 il pacchetto economia circolare, inserito nella Missione 2 del Pnrr, partiva con una dotazione di 2,1 miliardi di euro e obiettivi precisi: migliorare la gestione dei rifiuti, rafforzare le infrastrutture per la raccolta differenziata, sviluppare nuovi impianti di trattamento e colmare il divario tra Nord e Sud. Cinque anni dopo, lo scorso 30 giugno 2026, è scaduto il termine per il completamento degli interventi finanziati. Il bilancio è un cortocircuito tra ambizione ed esecuzione: secondo i dati elaborati da Fondazione Openpolis e Gran Sasso Science Institute, i fondi complessivi sono scesi a 1,8 miliardi e la spesa effettiva si è fermata a 376,4 milioni — il 20,75% del totale.

Significa che oltre 1,4 miliardi di euro destinati a impianti di compostaggio, digestione anaerobica, centri di selezione e trattamento meccanico-biologico sono rimasti sulla carta. Non si tratta di inefficienza amministrativa marginale: il 79,25% delle risorse non è stato speso entro la scadenza vincolante. Il Pnrr imponeva milestone e target precisi, con il secondo trimestre 2026 come orizzonte ultimo per centrare gli obiettivi fisici di realizzazione. La riduzione dell’envelope finanziario — da 2,1 a 1,8 miliardi — è il segnale di un definanziamento che ha accompagnato, senza correggerla, l’incapacità di spesa. E ora che i termini sono scaduti, la domanda è: chi costruirà gli impianti che mancano, e con quali soldi?

Oltre il PNRR: la partita si gioca sui territori

Il tema scelto per l’Ecoforum 2026 — il futuro dell’economia circolare oltre il Pnrr — suona quasi come un’ammissione preventiva. Mentre si discuteva a Roma, il 30 giugno segnava la linea di demarcazione tra ciò che è stato fatto e ciò che non si potrà più finanziare con quei fondi. Resta irrisolto il nodo strutturale che il Pnrr avrebbe dovuto sciogliere: il divario Nord-Sud nella dotazione impiantistica. Le regioni meridionali continuano a esportare rifiuti verso il Nord o all’estero per carenza di impianti di trattamento, un cortocircuito logistico ed economico che il piano da 2,1 miliardi avrebbe dovuto colmare. Con il definanziamento a 1,8 miliardi e una capacità di spesa al 20,75%, quel divario rischia di cristallizzarsi.

Per chi installa e gestisce gli impianti, il quadro è chiaro: senza la stampella dei fondi europei, la realizzazione di nuova capacità di trattamento dipenderà da investimenti privati o da risorse nazionali non ancora programmate. I 675 comuni rifiuti free sono un segnale di vitalità del tessuto locale, ma il 92,6% di riciclo complessivo è un indicatore costruito più sull’abitudine alla raccolta differenziata che sulla robustezza della filiera a valle. Se gli impianti non ci sono, il materiale raccolto con tanta efficienza finisce per viaggiare — e il costo ambientale ed economico del trasporto erode i benefici del primato.

Il 92,6% non basta: senza impianti, è un castello di carta. La vera economia circolare si costruisce con progetti cantierabili, non con le percentuali.