La revoca del 1995 e i tagli ai fondi aggravano la crisi del Congo, mentre la siccità in Uganda
Nel 1995, la Corte Suprema degli Stati Uniti ha stabilito che “danno” a una specie protetta non è solo ucciderla: anche modificare o degradare l’habitat conta. Lo scorso luglio, come riporta Carbon Brief nell’edizione del 15 luglio, quella definizione è stata revocata. Non è un tecnicismo: è il punto in cui la legge smette di proteggere.
La definizione che ha protetto gli habitat per trent’anni
Per capire la portata della decisione, serve partire dal linguaggio della legge. L’Endangered Species Act del 1973 protegge le specie in pericolo e minacciate; il termine “harm” (danno) era stato interpretato in modo da includere non solo l’uccisione diretta di esemplari, ma anche la modifica o il degrado dell’habitat. Quella lettura è stata confermata dalla Corte Suprema degli Stati Uniti in una sentenza del 1995, nota come Sweet Home. Da allora è rimasta legge consolidata.
La regola pubblicata lo scorso 10 luglio revoca esattamente quella definizione, invertendo tre decenni di precedenti. Secondo quanto riportato da CNN, l’amministrazione Trump ha di fatto invertito decenni di leggi ambientali che proteggevano le specie in via di estinzione, aprendo habitat sensibili a trivellazioni, miniere, agricoltura e sviluppo immobiliare. La mossa non è isolata: l’amministrazione Trump ha tentato di ridimensionare l’Endangered Species Act durante entrambi i mandati di Donald Trump, con diversi livelli di successo. Già nell’agosto 2017, con l’ordine esecutivo 13807, intitolato “Establishing Discipline and Accountability in the Environmental Review and Permitting Process for Infrastructure”, l’amministrazione aveva avviato la revisione delle regole ambientali; il 14 settembre 2017 il Council on Environmental Quality pubblicò nel Federal Register la lista iniziale di azioni, dichiarando l’intenzione di rivedere le regolamentazioni NEPA del 1978, emendate nel 1986 e mai revisionate in modo completo.
Ma cosa succede quando quella definizione sparisce? La risposta non si limita ai tribunali: passa anche per i bilanci.
Il paradosso dei fondi: -79% mentre El Niño chiede 200 milioni
La revoca della definizione non è l’unica mossa: nello stesso mese, il Regno Unito ha ridotto il budget del Congo Basin Forest Action Programme (CBFA) del 79%, da 90 milioni di sterline a 18,8 milioni di sterline, secondo il Times. Il ritiro non riguarda solo il CBFA: un’analisi di Carbon Brief mostra che il Regno Unito ha ritirato finanziamenti per iniziative che insieme rappresentavano circa la metà dei 200 milioni di sterline promessi per la conservazione del bacino del Congo.
E mentre i fondi si ritirano, i bisogni corrono in direzione opposta. Secondo Deutsche Welle, la FAO e il WFP hanno lanciato un appello da 200 milioni di dollari per aiutare le nazioni africane ad affrontare l’impatto di El Niño. La coincidenza temporale è il punto: un programma di conservazione ridotto a poco più di un quinto della dotazione originaria e un appello da 200 milioni che nello stesso mese chiede risorse per la stessa crisi climatica.
Il paradosso si misura in corpi.
Sul campo: 19 morti in Karamoja e 49 milioni a rischio
Dai bilanci ai corpi: la siccità prolungata in Uganda ha già provocato vittime. A luglio, secondo la BBC News, un’ondata di caldo e mesi di scarse precipitazioni avevano causato almeno 16 morti per fame e significative perdite di raccolti. A fine luglio, il dato era già peggiorato: secondo il Famine Early Warning Systems Network (Fews Net), citato da Al Jazeera, almeno 19 persone sono morte di fame nella regione del Karamoja, dove 1,5 milioni di persone sono a rischio di malnutrizione. Da 16 a 19 in poche settimane: la progressione non è un dettaglio.
Le proiezioni globali, rese note ad agosto, non lasciano margini: secondo il World Food Programme delle Nazioni Unite, El Niño 2026-2027 potrebbe spingere almeno 49 milioni di persone in più nell’insicurezza alimentare acuta entro la fine del prossimo anno, come riportato da UN News. Non è un’allerta per il futuro: è il presente della sicurezza alimentare globale.
La domanda non è se El Niño sarà grave, ma se le protezioni legali e i fondi necessari esisteranno ancora quando colpirà. La risposta di luglio 2026 è no.




