Il braccio di ferro sulla riforma Ets vede sette paesi chiedere più rigore mentre Bruxelles riapre ai sussidi fossili
La partita dell’Ets è una scacchiera dove i pezzi si muovono in direzioni opposte. La scorsa settimana, mentre sette Paesi membri — tra cui Danimarca, Finlandia, Svezia, Spagna e Portogallo — scrivevano alla Commissione europea per chiedere un taglio drastico delle quote di emissione, il percorso della riforma era già segnato da tempo. Il negoziato sulla revisione del sistema di scambio, che si è aperto formalmente lo scorso 17 luglio e dovrebbe chiudersi entro il primo trimestre del 2027, è in realtà un braccio di ferro in cui convivono ambizioni contrapposte: da una parte l’asticella climatica fissata a un -90% di gas serra entro il 2040, dall’altra proposte che allungano la vita delle quote gratuite ben oltre quanto previsto dal pacchetto Fit for 55. Secondo quanto ricostruito da Greenreport, il dibattito si gioca tutto su questa tensione: dichiarare obiettivi sempre più alti mentre si costruiscono corsie preferenziali per chi quelle emissioni le produce.
Il fronte del Nord e la linea del 90%
Dietro la lettera dei sette c’è una posizione netta: il fattore di riduzione lineare — la regola che ogni anno restringe il numero di permessi in circolazione — deve essere coerente con la promessa di abbattere il 90% delle emissioni entro il 2040. Non un auspicio, ma un vincolo aritmetico. L’idea, che i firmatari hanno messo nero su bianco già a marzo 2026, è che si debba accelerare l’eliminazione graduale delle allocazioni gratuite, perché solo così si creano incentivi credibili per la decarbonizzazione industriale. Nel frattempo, però, Bruxelles ha già messo sul tavolo una controriforma che va nella direzione esattamente opposta.
La realtà dei sussidi fossili
La Commissione europea ha proposto di reintrodurre permessi gratuiti che il pacchetto Fit for 55 — adottato dal Consiglio il 25 aprile 2023 — aveva iniziato a smantellare. Lo schema pubblicato a febbraio 2025 prevede che, per i settori coperti dal Meccanismo di adeguamento del carbonio alle frontiere (il CBAM, la tassa sul carbonio in dogana), il 15% dei diritti di emissione già cancellati venga rimesso in circolazione a partire dal 2028. Non solo: la fase di eliminazione delle quote gratuite, che nella riforma del 2023 era stata pensata come un percorso di progressiva riduzione, viene allungata fino al 2038. Otto anni in più rispetto a quanto previsto in origine. Otto anni in cui le industrie energivore continueranno a ricevere permessi senza pagare, mentre il prezzo del carbonio sale per tutti gli altri.
La motivazione ufficiale è nota: l’impennata dei costi energetici, aggravata dal conflitto in Medio Oriente, ha spinto diversi Stati membri — soprattutto quelli con una maggiore dipendenza dai combustibili fossili — a chiedere misure che attenuassero la volatilità del prezzo del carbonio e rallentassero l’uscita dalle protezioni. Già a maggio 2026, fonti di stampa specializzata segnalavano che la pressione politica stava producendo risultati visibili. Il risultato è un sistema in cui l’ambizione climatica si piega alle emergenze economiche, mentre il CBAM — lo strumento che dovrebbe sostituire le quote gratuite — è ancora in fase di introduzione graduale e non copre tutti i settori esposti al rischio di carbon leakage.
La lettera di Danimarca, Finlandia, Portogallo, Spagna e Svezia, pubblicata a marzo attraverso i canali diplomatici finlandesi, insisteva proprio su questo punto: accelerare l’abbandono delle allocazioni gratuite per costringere l’industria a investire nella transizione. Ma la proposta della Commissione, nata in un clima di crisi energetica e di pressioni industriali, fa l’esatto contrario. Il paradosso è che l’Europa si dà obiettivi più severi (il -62% al 2030, il -90% al 2040) e poi costruisce reti di protezione che rendono quegli stessi obiettivi meno raggiungibili. L’analisi pubblicata dal Servizio Ricerca del Parlamento europeo ricorda che la direttiva Ets prevedeva una riduzione progressiva delle quote gratuite: la riforma in discussione oggi riscrive quel percorso allungandone i tempi e reintroducendo quote che si pensava fossero scomparse.
Industria protetta, cittadini esposti
Dietro i tecnicismi, c’è una scelta politica che determina chi paga il conto. Le estensioni delle quote gratuite e le protezioni contro la rilocalizzazione delle emissioni, confermate fino al 2040, vanno nella direzione di tutelare i settori energivori — siderurgia, cemento, chimica — dalla concorrenza internazionale. Ma il costo di questa protezione non scompare: si sposta. Ricade sulle famiglie, che vedranno salire le bollette e il prezzo dei beni, senza che l’industria venga spinta abbastanza in fretta verso processi produttivi più puliti. Ricade sull’ambiente, perché ogni permesso gratuito è una tonnellata di CO₂ che non viene disincentivata. E ricade sulla credibilità stessa dell’Unione, che da una parte firma impegni sempre più ambiziosi e dall’altra allunga le scadenze come chi rimanda la sveglia per non alzarsi dal letto.
Il negoziato che dovrebbe concludersi entro il primo trimestre del 2027 lascia aperti tutti gli interrogativi. La transizione ecologica è un campo di battaglia dove i proclami si scontrano con gli interessi. La domanda resta quella: l’Europa sceglierà il clima o la paura di perdere competitività? Finora, la risposta sembra scritta nelle date che si allontanano e nei sussidi che tornano indietro.




