Il record solare francese da 22 gigawatt non basta a fermare la corsa dei prezzi dell’elettricità in Germania
La Francia ha appena toccato il record assoluto di produzione solare fotovoltaica: quasi 22 gigawatt, una potenza impensabile anche solo cinque anni fa. Il dato, registrato la scorsa settimana, arriva nel pieno della terza ondata di calore in Europa, e dovrebbe essere una buona notizia: più sole, più rinnovabili, bollette più leggere. Invece no. Proprio negli stessi giorni, secondo Bloomberg, i prezzi dell’elettricità in Germania si preparavano a superare i 200 euro al megawattora. Il paradosso di quest’estate è tutto qui: l’energia pulita da sola non basta a evitare il caos, se il resto del sistema si inceppa proprio quando servirebbe di più.
Il paradosso solare
Ventidue gigawatt di fotovoltaico sono un numero che fa impressione. Significa che per qualche ora, nel pieno della giornata, i pannelli installati sui tetti e nei campi francesi hanno pompato nella rete una quantità di elettricità paragonabile a quella di una dozzina di reattori nucleari a piena potenza. È il tipo di cifra che i sostenitori della transizione energetica sventolano come prova che il sistema sta funzionando, che le rinnovabili stanno finalmente scalando, che stiamo andando nella direzione giusta.
Peccato che i mercati elettrici raccontino una storia molto diversa. In una giornata di luglio con il solare al massimo storico, i prezzi all’ingrosso in Germania viaggiavano verso i 200 euro al megawattora. Non è un’anomalia: è il sintomo di un sistema che, sotto stress termico, smette di funzionare come dovrebbe. E il problema non sta nei pannelli — che anzi stanno facendo il loro dovere — ma in quello che succede dall’altra parte della rete, dove il nucleare, la grande scommessa francese per l’indipendenza energetica, comincia a barcollare.
Nucleare sotto assedio
La risposta al paradosso sta nell’acqua dei fiumi e nelle sale di controllo delle centrali. È la seconda volta in poche settimane che EDF, il colosso elettrico francese, è costretta a spegnere reattori nucleari perché fa troppo caldo. I reattori hanno bisogno di enormi quantità d’acqua per il raffreddamento, e quando i fiumi si scaldano oltre certi limiti — o quando la portata si riduce per la siccità — le centrali devono rallentare o fermarsi del tutto. Non è una scelta tecnica, è una imposizione ambientale: scaricare acqua troppo calda nei corsi d’acqua violerebbe le normative e ucciderebbe la fauna ittica. Il risultato è che proprio quando l’aria condizionata lavora a pieno regime e la domanda di elettricità schizza verso l’alto, l’offerta si contrae.
È un meccanismo perverso che abbiamo già visto all’opera. Già nel giugno 2025, un’ondata di calore aveva raddoppiato i prezzi giornalieri dell’elettricità in tutta Europa. Allora sembrava un campanello d’allarme. Oggi suona più come una conferma: il nucleare, presentato per anni come il pilastro granitico della sicurezza energetica europea, si sta rivelando un punto di fragilità sistemica in un clima che cambia più in fretta delle infrastrutture.
E i numeri dei mercati all’ingrosso sono impietosi. Lo scorso 23 giugno, la Gran Bretagna aveva importato elettricità a oltre sei volte il prezzo normale, mentre in Germania le quotazioni avevano toccato oltre 545 euro al megawattora, il livello più alto dal giugno 2024. Tradotto: per ogni megawattora che i tedeschi compravano sul mercato, pagavano più di mezzo euro al chilowattora — una cifra che, ribaltata sulle bollette, può diventare devastante per imprese e famiglie. La Francia, con i suoi reattori in affanno, non è stata in grado di esportare l’elettricità a basso costo su cui i vicini avevano sempre contato, e il buco è stato colmato a colpi di gas e importazioni d’emergenza.
Non è un incidente isolato né un problema francese. L’intera architettura del mercato elettrico europeo è costruita sull’idea che ci sia sempre qualcuno in grado di produrre a sufficienza. Ma quando il caldo estremo colpisce simultaneamente più paesi — come sta accadendo con questa terza ondata — i margini si assottigliano per tutti, e i prezzi esplodono all’unisono. È la differenza tra un guasto che si può gestire e una fragilità strutturale che nessuno ha ancora seriamente affrontato.
Chi paga l’estate rovente
Quando importare elettricità costa sei volte il normale e i prezzi all’ingrosso volano sopra i 500 euro al megawattora, il conto arriva a qualcuno. Nell’immediato sono le utility e i grandi consumatori industriali ad assorbire il colpo sui mercati spot, ma i costi si riversano prima o poi sulle bollette di tutti — con tempi e modalità che dipendono dai contratti, dalle regolazioni nazionali e dalla capacità di ogni governo di mettere una pezza. In Italia, il meccanismo è mediato da ARERA e dai contratti a termine, ma la direzione di marcia dei prezzi all’ingrosso è un indicatore che non si può ignorare a lungo.
E mentre i mercati energetici mandavano questi segnali, la scorsa settimana un vasto incendio nei Pirenei Orientali imponeva l’evacuazione immediata di circa diecimila persone tra residenti e turisti. Non è un fatto marginale nella cronaca dell’estate: è l’altra faccia della stessa medaglia. Il caldo che spegne i reattori è lo stesso che secca i boschi e alimenta roghi fuori controllo. Dall’inizio dell’anno, la superficie boschiva andata in fumo in Francia è quasi raddoppiata rispetto allo stesso periodo del 2025, che già era stato un anno drammatico per gli incendi in Europa.
Diecimila evacuati, reattori spenti, prezzi dell’elettricità alle stelle, record del solare che sembra quasi una beffa: l’estate 2026 sta mettendo in fila tutti gli elementi del paradosso energetico europeo. Abbiamo costruito un sistema che sulla carta doveva garantirci sicurezza e indipendenza, e lo abbiamo fatto puntando su due gambe — il nucleare e le rinnovabili — pensando che insieme avrebbero retto qualsiasi cosa. Poi è arrivato il clima reale, quello che non legge i piani strategici, e ha mostrato che una delle due gambe si piega proprio quando serve restare in piedi.
La transizione prometteva sicurezza, ma se il nucleare si piega sotto le ondate di calore e le rinnovabili da sole non bastano a calmierare i prezzi, cosa succederà quando le estati diventeranno tutte così? La domanda, per ora, resta senza risposta. Ma i numeri di queste settimane — 22 gigawatt di sole da una parte, 545 euro al megawattora dall’altra — suggeriscono che dovremmo iniziare a prenderla molto sul serio.




