Il progetto Sharavathi da 2000 MW si scontra con il parere del comitato ministeriale e il blocco della Corte Suprema
Il paradosso del pompaggio: energia senza produzione
Lo scorso 11 luglio, un comitato di esperti del Ministero dell’Ambiente, Foreste e Cambiamento Climatico ha emesso un verdetto che ha sorpreso pochi tra chi segue il dossier: il progetto idroelettrico di pompaggio Sharavathi, 2000 MW di potenza prevista nel Karnataka, non dovrebbe essere approvato. La motivazione centrale è un paradosso tecnico che merita di essere smontato con calma. Un impianto di pompaggio non produce nuova elettricità: consuma energia nelle ore di surplus (tipicamente di giorno, quando il fotovoltaico spinge) per sollevare acqua da un bacino inferiore a uno superiore, e la rilascia a valle quando la domanda sale, azionando turbine. È un trasferimento temporale, non un incremento netto di generazione. Il comitato lo scrive senza giri di parole: «il progetto comporta principalmente uno spostamento temporale della generazione di elettricità, piuttosto che contribuire a un aumento netto della capacità». In cambio di questo servizio di flessibilità – utile, per carità, in una rete con penetrazione rinnovabile elevata – il prezzo ecologico sarebbe sproporzionato: nuove gallerie in un’area a rischio frane, l’abbattimento di una fascia di foresta densa e l’ulteriore frammentazione di un corridoio faunistico già segnato da decenni di idroelettrico tradizionale.
La regione non è una tabula rasa. Il fiume Sharavathi, con le sue sette dighe e cinque tunnel, produce già il 40% dell’energia idroelettrica del Karnataka. Tre sbarramenti principali – Linganamakki a monte, Talakalale a metà corso e Sharavathi (Gerusoppa) a valle – hanno già segmentato il paesaggio della Riserva Naturale di Sharavathi e delle fasce forestali adiacenti nei Ghati occidentali centrali, distruggendo habitat di alta qualità per la fauna selvatica. Aggiungere un ulteriore strato di infrastruttura in questo stesso bacino significa, nelle parole del comitato, che «la sostituzione della linea di trasmissione esistente con una nuova linea a capacità maggiore comporterà probabilmente l’abbattimento di un gran numero di alberi e la distruzione degli ecosistemi naturali». Il progetto era stato incardinato già nel dicembre 2023, quando aveva ricevuto i Termini di Riferimento; nel gennaio 2025, una visita del Comitato di Valutazione Ambientale aveva già acceso un campanello d’allarme, rilevando che l’impianto ricade all’interno della Zona Eco-Sensibile della Riserva Naturale di Sharavathy, un dettaglio che rende obbligatoria l’autorizzazione del National Board for Wildlife. Ma è stato il rapporto successivo a inchiodare davvero il progetto.
La relazione che ha inchiodato il progetto (e 15.000 alberi)
Nel maggio 2025, l’esperta Praneetha Paul depositava una relazione tecnica che demoliva punto per punto le fondamenta del progetto. Il dato più visibile – e più citato nelle cronache successive – è quello forestale: oltre 15.000 alberi da abbattere in una foresta densa, un polmone verde che non può essere ridotto a una cifra contabile da compensare altrove. Ma il rapporto andava oltre la conta degli esemplari arborei, elencando vulnerabilità geologiche (il rischio frane nell’area di scavo delle gallerie), dati progettuali incompleti e il pericolo di un «disastroso» fallout ecologico. La relazione metteva nero su bianco ciò che la Valutazione di Impatto Ambientale presentata dal proponente lasciava colpevolmente in ombra. Il comitato ministeriale, riprendendo quelle argomentazioni, ha scritto che «la Valutazione di Impatto Ambientale del progetto, in particolare per quanto riguarda ecologia e fauna selvatica, è inadeguata e non valuta in modo completo gli impatti sull’ecosistema e su flora e fauna». Non è una bocciatura morbida: è il riconoscimento che l’iter autorizzativo era partito con un apparato documentale insufficiente a misurare le conseguenze reali dell’opera.
Tra le specie direttamente minacciate c’è il macaco dalla coda di leone, endemismo dei Ghati occidentali già classificato come a rischio. La sua presenza nella valle dello Sharavathi è uno degli argomenti che hanno spinto la divisione della Corte Suprema del Karnataka, presieduta dal Chief Justice Vibhu Bakhru e dal giudice KS Hemalekha, a estendere la direttiva provvisoria che blocca qualsiasi lavoro sul progetto. L’udienza, in seguito a un ricorso presentato da Akhilesh Chipli e altri, è stata aggiornata al prossimo 1° ottobre. Fino ad allora, nessun albero verrà toccato e nessuna galleria scavata. Ma la partita è più ampia: il caso Sharavathi sta diventando il precedente su cui si misureranno tutti i progetti di pompaggio indiani.
Vale la pena soffermarsi su un dettaglio tecnico che spiega perché l’opposizione sia così netta proprio su questo sito. I Ghati occidentali sono un hotspot di biodiversità globale, e la Riserva di Sharavathy è uno dei pochi corridoi ancora relativamente continui tra le aree protette del Karnataka. Le tre dighe esistenti hanno già creato barriere fisiche e alterato i regimi idrologici; aggiungere un impianto di pompaggio – che per sua natura richiede un secondo bacino e opere di collegamento in pressione – significa creare nuove interruzioni in un tessuto ecologico già compromesso. Non è solo questione di alberi: è la frammentazione dell’habitat che impedisce agli animali di spostarsi, riprodursi, accedere alle risorse stagionali.
267 GW di potenziale, 267 GW di conflitti?
Il rapporto della Central Electricity Authority stima il potenziale totale di pompaggio idroelettrico in India a circa 267 GW – 58 GW in configurazione on-stream e 209 GW off-stream – e la tabella di marcia nazionale punta a 100,8 GW installati entro il 2035-36, con un investimento previsto di 5,8 lakh crore di rupie. Numeri che raccontano un’ambizione reale, dettata dalla necessità di bilanciare una quota crescente di fotovoltaico ed eolico sulla rete. Ma a terra, nei territori dove questi impianti dovrebbero sorgere, la resistenza sta montando. Progetti di stoccaggio tramite pompaggio affrontano opposizione in Maharashtra, Karnataka, Andhra Pradesh e Rajasthan: non è il classico fenomeno NIMBY, ma il sintomo di un conflitto strutturale tra la logica centralizzata della pianificazione energetica e l’impossibilità materiale di trovare siti che non incidano su aree ecologicamente sensibili o su comunità locali che dipendono da quelle risorse.
Con l’udienza di ottobre alle porte, il progetto Sharavathi è molto più di una controversia locale. È il banco di prova per capire se l’India saprà integrare l’energia pulita nella propria rete senza cancellare ciò che rende pulito – e vivo – il territorio su cui insiste. La tecnologia del pompaggio è matura, l’elettrotecnica non mente: due serbatoi a quote diverse sono una batteria gravitazionale efficiente, con rendimenti di ciclo attorno al 70-80%. Ma il rendimento energetico non è l’unica variabile dell’equazione. Quando il costo ecologico è 15.000 alberi abbattuti e l’habitat di una specie endemica ulteriormente frammentato, neanche il miglior rendimento di pompaggio basta a chiudere i conti.




