Il 46% degli ospedali sorge in zone ad alta intensità termica, trasformandosi in forni durante le ondate di calore

Immagina di cercare riparo in un ospedale durante un’afa soffocante, convinto di trovare sollievo tra quelle mura pensate per curare. E scoprire, invece, che l’edificio stesso trattiene il calore più della strada che hai appena lasciato. Non è fantascienza. Il 46% degli ospedali delle città europee sorge in aree urbane ad alta intensità termica, le cosiddette isole di calore: lo rivela un’analisi del Guardian basata su dati raccolti da Health Care Without Harm Europe. Strutture concepite per essere luoghi di cura si stanno trasformando, proprio quando servirebbero di più, in trappole che amplificano i rischi per pazienti e operatori.

Il paradosso del rifugio

Il dato è tanto più sorprendente se si considera che il caldo estremo rappresenta già oggi la principale causa di morte tra tutti gli eventi climatici estremi in Europa. Un rapporto dell’Agenzia Europea dell’Ambiente lo conferma senza ambiguità: ondate di calore, alluvioni e tempeste non sono uguali, e il termometro è l’avversario più letale. Eppure, solo 21 dei 38 paesi membri dell’EEA si sono dotati di piani d’azione sanitari specifici per il caldo. Meno di due su tre, in un continente dove ogni estate riscrive i record.

La percezione di inadeguatezza non è solo una questione statistica. Già nel 2024, quasi tre quarti dei professionisti sanitari intervistati nello stesso sondaggio avevano definito insufficienti le protezioni esistenti. Il giudizio arriva da chi, ogni giorno, prova a curare in corsie che si surriscaldano, con macchinari che si inceppano e pazienti sempre più fragili. Viene da chiedersi: com’è possibile che dopo l’ondata del 2003 — quindicimila morti, per lo più anziani — siamo ancora così impreparati?

2003: una lezione non imparata

Gli scienziati sono netti: un’ondata di queste proporzioni sarebbe stata virtualmente impossibile senza la crisi climatica causata dall’uomo. Non solo. Le temperature notturne registrate a giugno sono cento volte più probabili oggi di quanto lo fossero vent’anni fa. Il caldo non concede tregua neanche dopo il tramonto, proprio quando gli edifici dovrebbero dissipare il calore accumulato durante il giorno. E gli ospedali, con le loro superfici in cemento e asfalto, le finestre sigillate e i sistemi di climatizzazione spesso inadeguati, diventano forni. La domanda, a questo punto, è: cosa è successo concretamente quest’estate?

L’emergenza è per sempre

I fatti di giugno danno una risposta impietosa. In Inghilterra, diversi trust del Servizio Sanitario Nazionale hanno dichiarato incidenti critici come conseguenza diretta del caldo estremo. Il 25 giugno, un ospedale ha alzato bandiera bianca dopo che i suoi macchinari si erano guastati in più reparti: guasti ai macchinari ospedalieri che hanno paralizzato le attività proprio nel momento di massimo afflusso. Un medico ha raccontato al Guardian di apparecchiature andate in tilt in aree diverse, un collasso a catena che ha reso impossibile garantire le cure.

In Francia la situazione non è stata migliore. Durante l’ondata di giugno, il sistema sanitario è stato portato al massimo livello di mobilitazione di emergenza. L’AP-HP, l’autorità che gestisce gli ospedali pubblici di Parigi, ha attivato il piano di emergenza in tutte le 38 strutture della capitale. I pronto soccorso hanno trattato 3.000 pazienti in 24 ore, oltre un terzo in più del normale. Un picco che nessun reparto può assorbire senza conseguenze sulla qualità dell’assistenza.

Questi episodi non sono incidenti isolati, né il prodotto di un’estate eccezionalmente sfortunata. Sono la manifestazione di una nuova normalità che il sistema sanitario europeo fatica a riconoscere. L’appello HandleTheHeat, lanciato da Health Care Without Harm Europe, è esplicito: gli ospedali devono smettere di trattare il caldo estremo come un evento eccezionale su cui intervenire con misure tampone assemblate in fretta. «I piani vanno predisposti prima delle ondate di calore, non costruiti in modo raffazzonato durante», è il messaggio che sintetizza la necessità di un cambio di mentalità. Non si tratta solo di proteggere i pazienti, ma anche il personale e le infrastrutture stesse: macchinari, server, farmaci che richiedono temperature controllate. L’intero ecosistema ospedaliero è vulnerabile.

I numeri complessivi danno la misura della posta in gioco. Ogni anno in Europa oltre 60.000 persone muoiono per cause legate al caldo estremo. È una cifra che, in assenza di interventi strutturali, è destinata a salire. Non perché le ondate diventeranno più frequenti — lo sono già — ma perché gli edifici in cui cerchiamo riparo non sono stati progettati per resistere. Gli ospedali, in particolare, dovrebbero essere i luoghi più freschi della città. Oggi non lo sono. Renderli tali non è un investimento per l’emergenza di domani: è l’unica risposta sensata a un’emergenza che è già qui, ogni estate, e che non se ne andrà più.