Il sistema bancario europeo dispone di una capacità di credito che non ha eguali, ma evita di finanziare le tecnologie
Oltre il 90% del PIL europeo viaggia sui prestiti bancari e PIL: le banche sono il motore primo dell’economia continentale, con attivi che secondo la BCE equivalgono a circa il doppio del prodotto interno lordo dell’area euro. Eppure, quando si tratta di finanziare la transizione energetica, quel motore gira a vuoto. Nel 2024, secondo i dati raccolti da World Fund, i prestiti di project finance hanno coperto appena l’11% degli investimenti europei in cleantech. È come se un fiume in piena ignorasse una ruota idraulica costruita apposta per lui.
Il paradosso del credito europeo
Il sistema bancario dell’area euro dispone di una capacità di credito che non ha eguali in altre economie avanzate. Il credito domestico e PIL restano incollati in un rapporto che supera il 90%, un dato che racconta quanto il finanziamento bancario sia strutturale per imprese e famiglie. Ma quella liquidità stenta a raggiungere i settori dove servirebbe una spinta decisa: le tecnologie pulite in fase di scale-up. La scorsa settimana il rapporto I4CE ha messo nero su bianco il meccanismo che blocca questo flusso: l’avversione al rischio delle banche è la causa principale del divario di bancabilità che separa la fase di prototipo da quella di prodotto commerciale.
I numeri della forbice sono eloquenti. Solo il 20% dei fondi europei dedicati al climate tech si concentra sul finanziamento della crescita: lo afferma World Fund, che ha mappato il cosiddetto «Series B gap» confrontando i round di finanziamento tra le due sponde dell’Atlantico. Il resto del capitale disponibile si riversa su seed e early stage, dove i ticket sono più piccoli e i rischi tecnologici meglio compresi dai venture capitalist. Ma è dopo la Serie A che serve benzina pesante: impianti pilota da trasformare in linee produttive, permessi da ottenere, contratti di fornitura da negoziare. È lì che le banche dovrebbero entrare con il project finance, ed è lì che invece si ritirano.
La trappola della Serie B
Se le banche hanno liquidità in eccesso, perché non la dirigono sul cleantech? La risposta sta nel cosiddetto «valley of death» che separa la Serie A dalla Serie B. Tra il 2020 e il 2024, il round medio di Serie B in Europa è stato di 35,2 milioni di dollari, circa il 20% in meno rispetto agli Stati Uniti. Un differenziale che, accumulato in quattro anni, ha prodotto un gap della Serie B di 13,5 miliardi di dollari. Sono soldi che mancano proprio quando l’azienda deve passare dalla scala dimostrativa a quella industriale,
il momento in cui i costi di capitale diventano la voce più pesante del bilancio.
Il 2025 ha aggravato la situazione. Il Cleantech Annual Briefing di Cleantech for Europe fotografa un arretramento su tutta la linea: gli investimenti in venture capital e growth equity nel cleantech europeo sono scesi a 8,2 miliardi di euro, rispetto agli 8,7 del 2024. Non è il calo assoluto a preoccupare, quanto la composizione: il numero di operazioni di Serie B è crollato da 74 a 43, con un investimento totale passato da 2,9 a 1,8 miliardi di euro. In pratica, nel giro di dodici mesi, il mercato ha dimezzato le iniezioni di capitale proprio nella fase che decide se un’azienda cleantech diventa un produttore industriale o resta un esperimento ben finanziato.
Il rapporto I4CE chiarisce il nodo tecnico: le banche non finanziano ciò che non sanno modellizzare. Un impianto fotovoltaico o un parco eolico hanno flussi di cassa prevedibili, contratti di lungo termine, tecnologie standardizzate. Un’azienda che produce batterie al sodio o elettrolizzatori a membrana, invece, presenta rischi di esecuzione industriale, incertezze sulla curva dei costi, mercati di sbocco ancora in formazione. Per un istituto di credito abituato a valutare immobili e mutui, è un salto nel buio. E così la liquidità resta parcheggiata in titoli di Stato e prestiti garantiti, mentre le fabbriche del futuro cercano capitale altrove.
L’ombra dell’IRA
Negli Stati Uniti, l’Inflation Reduction Act ha creato un ecosistema di finanziamento che copre l’intera catena del valore, dall’estrazione dei minerali critici fino alla produzione di elettricità rinnovabile, passando per la fabbricazione delle batterie e l’acquisto del veicolo elettrico. Lo schema federale garantisce una prevedibilità decennale che manca del tutto in Europa, dove i regimi di aiuto si frammentano tra Commissione, Stati membri e regioni. I finanziamenti dell’IRA non sono solo più cospicui: sono più semplici da ottenere per chi deve costruire una gigafactory, perché il ritorno sull’investimento è calcolabile fin dal giorno zero.
La domanda finale è inevitabile: le banche europee cambieranno pelle o resteremo a guardare le nostre aziende migliori emigrare? Senza un intervento strutturale che riduca il rischio percepito dalle banche – garanzie pubbliche mirate, strumenti di credito all’export per il cleantech, standard di due diligence tecnica condivisi – l’Europa rischia di finanziare la ricerca delle tecnologie pulite per poi vederle produrre altrove. Il fiume di credito continuerà a scorrere, ma la ruota idraulica resterà ferma.
Senza un intervento strutturale che costringa le banche a finanziare l’innovazione energetica, l’Europa rischia di esportare non solo tecnologia, ma anche sovranità industriale.




