L’ondata di caldo ha causato 1.300 morti in Europa mentre negli Usa 4,7 milioni di persone hanno perso i buoni

Il 21 giugno, mentre l’Europa si preparava all’estate, nessuno immaginava che sarebbe diventata la più letale mai registrata. A distanza di poco più di due settimane, il bilancio è già pesantissimo: stando ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, l’ondata di caldo che ha investito il continente ha provocato almeno 1.300 morti in eccesso legate alle temperature estreme. Un numero destinato quasi certamente a salire, ma già sufficiente a dare la misura di un disastro che non si è limitato alle persone.

Il conto dei morti

Nei giorni scorsi la Germania ha toccato i 41,7 °C — oltre 107 gradi Fahrenheit — un record assoluto di temperatura per il Paese. Secondo il World Weather Attribution, l’ondata di caldo del 2026 è stata la più grave mai registrata nella regione studiata, superando per intensità e durata qualunque evento analogo documentato finora. Non si tratta di un picco isolato, ma di una cappa di calore prolungata che ha messo in ginocchio anche il settore agricolo.

In Francia, tra 2,5 e 3 milioni di polli da carne sono morti in pochi giorni. Solo in Bretagna — la regione più colpita — sono andate perse 6.600 tonnellate di pollame, soffocate dalle temperature che non accennavano a scendere neanche nelle ore notturne. Cifre che raccontano un’economia agricola esposta e fragile, in cui la logistica dell’allevamento intensivo si rivela tragicamente incompatibile con eventi climatici di questa portata. Gli allevatori, ha spiegato Yann Nédélec, direttore dell’associazione di categoria Anvol, si sono trovati del tutto impreparati di fronte a un’ondata arrivata prima del previsto e con un’intensità senza precedenti.

L’altra emergenza: i tagli alla fame

Mentre le temperature uccidevano bestiame e persone, negli Stati Uniti un disastro diverso — silenzioso, amministrativo, interamente prodotto dalla politica — colpiva milioni di famiglie. Un’analisi del Food Research and Action Center (FRAC) ha documentato che 4,7 milioni di persone hanno perso l’accesso al Supplemental Nutrition Assistance Program, il programma federale di buoni pasto noto come SNAP, da quando il presidente Trump ha firmato la legge fiscale e di spesa lo scorso anno. Il dato è secco: le iscrizioni al SNAP sono in caduta. Non perché la povertà alimentare sia diminuita, ma perché i criteri di accesso sono stati ristretti per via legislativa.

La contraddizione è difficile da ignorare. Da un lato gli eventi climatici estremi — come l’ondata di caldo europea di queste settimane — rendono i sistemi alimentari più vulnerabili e la produzione più costosa. Dall’altro, proprio quando le reti di protezione sociale servirebbero di più, vengono smantellate con un tratto di penna. Il caso SNAP non è isolato: è il sintomo di una postura politica che taglia gli aiuti oggi mentre promette lavoro domani. Nei giorni scorsi la Banca Mondiale ha presentato uno scenario in cui investimenti mirati e riforme potrebbero creare 5 milioni di posti di lavoro nel settore agroalimentare nella regione MENAAP entro il 2050. Un orizzonte lontano un quarto di secolo, che presuppone finanziamenti adeguati, riforme strutturali e un coinvolgimento massiccio del settore privato. Tutte condizioni che, al momento, restano largamente sulla carta.

La distanza tra l’urgenza immediata — le famiglie che da un mese all’altro non possono più contare sui buoni pasto — e la promessa di un’occupazione che arriverà forse nel 2050 è abissale. Ed è proprio in questo scarto che si misura la qualità di una politica: nella capacità di tenere insieme l’emergenza e la programmazione, senza usare la seconda come alibi per ignorare la prima.

E ora?

L’ondata del 2026 è stata la più grave mai registrata nella regione. Ma definire “eccezionale” un evento che si ripete con frequenza crescente è un errore analitico, prima ancora che lessicale. Le temperature record in Germania, la moria di pollame in Bretagna, i 1.300 morti in eccesso certificati dall’OMS: non sono un incidente di percorso, sono il nuovo normale. Per le famiglie statunitensi che hanno perso il SNAP e per gli allevatori francesi che hanno perso il bestiame, l’emergenza è già qui. Le politiche — quelle vere, non gli annunci — sono pronte?