Il recupero dell’oliveto storico avviene mentre la NOAA prevede un El Niño che potrebbe far salire i prezzi di riso

Lo scorso 29 luglio è partito un progetto per restituire vita, produzione e cura del paesaggio alla Villa Adriana, recuperando l’oliveto storico dell’ex residenza imperiale. Non è un intervento ornamentale: l’obiettivo è riportare produzione e manutenzione in un paesaggio antico. È un segnale concreto, con una data esatta, di come la cura del territorio passi anche dal recupero di colture storiche. Mentre a Tivoli si restaura un pezzo di paesaggio, il Pacifico tropicale manda segnali più vasti: lo scorso giugno la NOAA annunciava lo sviluppo di El Niño nel Pacifico tropicale. Due storie distanti che si toccano: da un lato la cura del paesaggio, dall’altro un fenomeno climatico che condiziona i prezzi del cibo.

Il Pacifico si scalda: i numeri del rischio

Dall’oliveto al Pacifico: il progetto di Villa Adriana si inserisce in un 2026 segnato dall’evoluzione di El Niño. La storia del fenomeno non è rassicurante. Già l’evento del 1876-78 causò la morte di oltre 6 milioni di persone in India; secondo le proiezioni della NOAA, l’evento 2026-27 potrebbe essere ancora più severo dei precedenti record. Il dato sulle vittime in India appartiene alla storia, ma ricorda che El Niño non è un indicatore astratto. A giugno la Banca Mondiale indicava una probabilità dal 61 all’87 per cento che El Niño emergesse entro metà 2026 e persistesse fino al 2027.

Quella forbice ampia, tra il 61 e l’87 per cento, racconta quanto il segnale sia chiaro nella direzione e ancora incerto nella tempistica. Se lo scenario si realizzasse, la produzione di riso potrebbe diminuire dal 20 al 50 per cento nelle regioni colpite, con Sud Asia, Africa meridionale e parti dell’Asia orientale più esposte. La Banca Mondiale lo ha già visto accadere: nel 2024 prevedeva che El Niño portasse a prezzi più alti delle materie prime agricole, in particolare per colture tropicali come cacao, oli alimentari, gomma naturale, riso e zucchero; durante l’El Niño 2023-24 aveva previsto aumenti di prezzo per cacao, oli alimentari, riso e zucchero. La ripetitività è il punto: i mercati hanno già osservato come il fenomeno incide sulle quotazioni, e ora gli stessi prodotti tornano sotto osservazione.

Secondo gli analisti di Goldman Sachs, la forza di questo El Niño potrebbe causare un aumento del 15,8 per cento dei prezzi globali delle materie prime alimentari. Il 15,8 per cento va letto come stima centrale, non come certezza: è un ordine di grandezza per chi deve pianificare acquisti, scorte o coperture. Resta una domanda: se i numeri sono così severi, perché non tutti usano lo stesso linguaggio per descriverli?

Super El Niño o no? Il confine dell’allarme

L’Organizzazione Meteorologica Mondiale non usa il termine “super El Niño” nella sua classificazione operativa. La scelta di non usare il termine nel linguaggio ufficiale non nega l’intensità del fenomeno, ma evita di fondere uno scenario estremo con una categoria operativa. Goldman Sachs, invece, parla di super El Niño e prevede che gli effetti completi del super El Niño sui prezzi alimentari si realizzeranno solo nella seconda metà del 2028. Il confine non è solo lessicale: è il modo in cui un’istituzione operativa e una banca d’affari trasformano un segnale climatico in scenari di rischio. Per chi deve decidere sul campo, un allarme senza classificazione condivisa lascia spazio a letture divergenti.

Non basta annunciare un El Niño eccezionale: per chi produce e commercia, la differenza sta nel distinguere tra probabilità e certezza, e nel prepararsi a un 2027-2028 di prezzi agricoli più alti.