L’1,5% di specie perse è irreversibile, e oltre metà del danno è causato dai consumi dei paesi ricchi

Entro il 2020, la coltivazione di oleaginose aveva già causato la potenziale perdita a lungo termine dell’1,5 per cento delle specie globali — piante e vertebrati terrestri. Ma il dato che dovrebbe inquietare di più è un altro: più della metà di questa perdita di biodiversità è stata esternalizzata attraverso il commercio internazionale. In altre parole, i consumi dei paesi ricchi hanno distrutto specie che non hanno mai visto, in luoghi dove non metteranno mai piede.

La ricerca, pubblicata nei giorni scorsi su Nature Food, mette a nudo un meccanismo spietato: olio di palma, noci di cocco e soia da soli sono responsabili di tre quarti dell’impatto complessivo. Le regioni tropicali — che occupano poco meno della metà dell’area raccolta a livello globale — sopportano quasi quattro quinti dei danni. E dal 1995 l’impatto sulla biodiversità è aumentato di quattro quinti, un incremento attribuito statisticamente all’aumento del consumo pro capite prima ancora che alla crescita della popolazione.

Il conto salato della biodiversità

Quella dell’1,5 per cento potrebbe sembrare una percentuale modesta. Non lo è. Si parla della potenziale scomparsa permanente di specie vegetali e animali — una perdita irreversibile, che si somma a tutti gli altri fattori di pressione sugli ambienti tropicali. E il paradosso è che chi consuma non vede né paga il costo ecologico: i prodotti arrivano sugli scaffali europei, nordamericani e asiatici senza portare con sé l’etichetta della deforestazione che li ha generati.

La geografia del danno è impietosa. Le regioni tropicali, con estensioni raccolte relativamente contenute rispetto alla superficie agricola globale, assorbono quasi l’80 per cento degli impatti perché è lì che si concentrano la biodiversità e la pressione di conversione delle foreste. È lì che una foresta primaria viene abbattuta per far posto a una piantagione monocoltura, e con la foresta scompaiono specie che esistevano solo in quel lembo di terra.

Tre colture dominano la classifica della distruzione: olio di palma, cocco e soia. Non sono solo ingredienti da etichetta — sono la base di un sistema alimentare e industriale che va dai biscotti ai biocarburanti, dai saponi al mangime animale. E la loro espansione non accenna a rallentare, perché il consumo pro capite continua a crescere e con esso la domanda globale.

La foresta che non c’è più

Dietro le percentuali globali c’è una realtà biologica ancora più cruda: solo circa il 15 per cento delle specie animali autoctone sopravvive alla transizione da foresta primaria a piantagione di palma da olio. Il resto semplicemente scompare — non si adatta, non migra, si estingue localmente. Una piantagione non è una foresta degradata: è un deserto biologico organizzato in file ordinate.

La stragrande maggioranza della produzione di olio di palma si concentra in due paesi, Malesia e Indonesia, dove vaste distese di foreste tropicali e torbiere vengono abbattute per fare spazio alle piantagioni. Il risultato è duplice: da un lato si rilasciano in atmosfera enormi quantità di carbonio immagazzinate nel suolo e nella vegetazione, dall’altro si restringono gli habitat di una moltitudine di specie già in pericolo.

L’agricoltura nel suo complesso non è un attore marginale in questa storia. L’occupazione agricola della terra riguarda ormai circa il 43-46 per cento della superficie abitabile del pianeta, e negli ultimi cinquant’anni l’espansione e l’intensificazione agricola hanno causato circa l’80 per cento del cambiamento globale di uso del suolo. È un’egemonia territoriale senza precedenti, che ha ridisegnato la faccia del pianeta più di qualsiasi altra attività umana.

È in questo quadro che si inserisce il regolamento europeo sulla deforestazione, l’EUDR. L’Unione europea — uno dei maggiori importatori di materie prime legate alla deforestazione — ha deciso di intervenire. Ma l’intervento arriva dopo decenni in cui i consumi europei hanno contribuito al problema senza grandi scrupoli, e la domanda che resta aperta è: basterà un timbro normativo a invertire una dinamica che ha già devastato interi ambienti tropicali?

L’impronta che resta

Vediamo cosa prevede il regolamento. L’EUDR impone agli operatori di dimostrare che i prodotti immessi sul mercato europeo — o esportati dall’UE — non provengono da terreni disboscati di recente e non hanno contribuito al degrado forestale. L’elenco delle materie prime coinvolte è ampio: bestiame, legno, cacao, soia, olio di palma, caffè, gomma e alcuni loro derivati come cuoio, cioccolato, pneumatici e mobili.

Ma il regolamento non è una bacchetta magica. Innanzitutto perché l’espansione agricola per la produzione di queste materie prime — e la Commissione europea lo riconosce esplicitamente — resta il principale motore della deforestazione globale. Normare l’accesso al mercato europeo è utile, ma è come mettere un lucchetto a una porta mentre il muro intorno continua a essere abbattuto: i flussi commerciali si spostano, le pressioni si riorientano verso mercati meno esigenti, e le foreste continuano a cadere.

In secondo luogo, l’EUDR guarda avanti — impedisce l’immissione di prodotti legati a deforestazione recente — ma non può riparare il danno già fatto. L’1,5 per cento delle specie compromesso entro il 2020, l’85 per cento della fauna autoctona che non sopravvive al passaggio da foresta a piantagione, i quattro quinti di impatto in più accumulati dal 1995: tutto questo è già contabilizzato, ed è irreversibile. Il regolamento può rallentare la corsa, non invertirla.

La domanda allora non è se l’EUDR sia utile — lo è, ed era necessario — ma se sia sufficiente. La biodiversità non si salva con i certificati di conformità, e la pressione sulle foreste tropicali non si ferma con una norma doganale. Il tempo per molte specie è già scaduto: la vera partita si gioca su quanto siamo disposti a ridurre la domanda di materie prime che divorano foreste, non solo su come ne certifichiamo l’origine.