L’84% delle società dell’S&P 500 ha un obiettivo climatico, ma dal 2021 oltre la metà non riduce le emissioni
A fine luglio, il report Emission Impossible — discusso in un post sull’Harvard Law School Forum on Corporate Governance — ha messo in fila una serie di dati che smontano l’equazione «più target, meno emissioni». Nel 2025, secondo The Conference Board, l’84% delle società dell’S&P 500 ha divulgato un obiettivo climatico, contro il 34% del Russell 3000. Ma la diffusione dei target non si è tradotta in cali uniformi: il 58% delle società dell’S&P 500 con obiettivi Scope 1, le emissioni dirette delle attività, e il 62% di quelle con obiettivi Scope 3, le emissioni indirette della catena del valore, hanno riportato emissioni stabili o in aumento dal 2021.
La forbice tra target e tonnellate
La forbice diventa ancora più netta guardando alle emissioni Scope 1 mediane. Dal 2021 al 2025, secondo The Conference Board, sono diminuite del 41% nel Russell 3000, ma sono rimaste stabili tra le società dell’S&P 500. Sul fronte Scope 2 la contabilità si divide: le emissioni location-based mediane dell’S&P 500 sono scese di circa il 39% dal 2021 al 2025, mentre quelle market-based sono calate di circa il 59%. Il punto non è che manchino riduzioni, ma che l’adesione diffusa ai target convive con risultati molto diversi a seconda dell’indice e della metrica.
La domanda se questi obiettivi producano riduzioni reali non è nuova. Il Corporate Climate Targets Project del Salata Institute segnala che recentemente c’è stata un’ondata di aziende che adottano obiettivi di net zero e di riduzione delle emissioni di gas serra, ma che manca informazione e analisi sul fatto che quegli obiettivi portino a riduzioni effettive. I dati di The Conference Board riempiono in parte quel vuoto e mostrano che, per le grandi società, la promessa dei target non si è ancora tradotta in una riduzione coerente delle tonnellate.
Il capitale detta il passo: 2030, ROI e concorrenza con l’AI
Se i target non bastano, la risposta sta nel capitale. Secondo The Conference Board, il 55% degli executive intervistati cita allocazione del capitale, costi o ROI come probabile motivo per cui la propria organizzazione potrebbe modificare o ritardare gli obiettivi climatici. In una nota di The Conference Board, Brian Campbell osserva che gli investimenti climatici vengono sempre più valutati in competizione con AI, infrastrutture e altre iniziative aziendali critiche.
Andrew Jones, autore del report e Principal Researcher presso The Conference Board, aggiunge un elemento temporale: molti obiettivi climatici aziendali stanno entrando in una fase più difficile, perché il 2030 sta passando da traguardo di lungo periodo a scadenza ravvicinata. Le aziende potrebbero aver bisogno di più capitale, piani di esecuzione più chiari o di una ricalibrazione. Una ricalibrazione, precisa Jones, non è automaticamente un arretramento.
Regole in retromarcia e impegni in crescita
Il quadro si complica sul piano regolatorio. La SEC ha proposto di eliminare il quadro di informativa climatica del 2024, le regole Enhancement and Standardization of Climate-Related Disclosures for Investors, come illustrato in un’analisi di K&L Gates. In pratica, mentre molte aziende dichiarano obiettivi, il principale presidio federale di trasparenza climatica rischia di arretrare.
Eppure gli impegni continuano a crescere. Secondo il Net Zero Stocktake di Zero Tracker, quasi due terzi, il 63%, delle aziende del Forbes Global 2000 hanno obiettivi net zero, coprendo 36,6 trilioni di dollari di ricavi, pari al 70% del totale. Negli Stati Uniti gli impegni aziendali sono cresciuti del 9% nell’ultimo anno. Il report lascia aperta una domanda: se la disclosure regolatoria arretra e il capitale si sposta altrove, chi garantirà che gli obiettivi climatici non restino sulla carta?
Per chi installa e gestisce impianti, il segnale è chiaro: la vera misura restano le tonnellate, non i comunicati. I dati di Emission Impossible mostrano che l’adozione diffusa di obiettivi climatici non si traduce automaticamente in riduzioni, e che costi di capitale e scadenze ravvicinate stanno spingendo le aziende a rivedere i propri impegni.




