Gli accordi con i produttori di piccoli reattori modulari promettono energia pulita solo tra il 2030 e il 2035
La bomba delle emissioni
Secondo il rapporto ambientale di Google, l’aumento delle emissioni è direttamente collegato alla crescente energia richiesta dai data center, un fabbisogno che l’esplosione dell’AI ha reso ancora più vorace. Già nel 2023 il trend mostrava un’accelerazione che rendeva incompatibili le due traiettorie: da un lato la crescita esponenziale della capacità di calcolo, dall’altro gli obiettivi di riduzione delle emissioni fissati per il 2030. Il paradosso è servito: la tecnologia che secondo molti dovrebbe aiutarci a risolvere la crisi climatica sta diventando uno dei principali fattori di aggravamento. E le proiezioni per i prossimi anni non lasciano spazio all’ottimismo: ogni nuova generazione di modelli di linguaggio su larga scala richiede un’infrastruttura di calcolo più potente della precedente, con una curva di consumo energetico che procede in verticale.
La fuga nel nucleare
Davanti a un conto energetico che rischia di far deragliare qualsiasi impegno climatico, la risposta dei giganti del cloud è stata una sterzata verso il nucleare. Già nell’ottobre 2024 Google ha firmato un accordo con Kairos Power per la fornitura di sei o sette reattori modulari di piccola taglia tra il 2030 e il 2035. Nello stesso mese, Amazon ha messo sul piatto 500 milioni di dollari in X-energy, una startup attiva nello stesso segmento. Due mosse che segnano un cambio di passo netto: non si tratta più di acquistare crediti di energia rinnovabile o firmare power purchase agreement per parchi eolici e fotovoltaici, ma di diventare clienti di lancio — e in parte finanziatori diretti — di una tecnologia che non ha ancora raggiunto la scala commerciale.
I reattori modulari di piccola taglia, noti come SMR (Small Modular Reactors), promettono di aggirare i due problemi strutturali che hanno affossato il nucleare tradizionale: costi di capitale in continua lievitazione e tempi di costruzione che sforano sistematicamente di anni, quando non di decenni. L’idea è ingegneristicamente sensata: reattori di taglia ridotta, assemblati in fabbrica anziché costruiti interamente in loco, da installare in moduli successivi man mano che la domanda cresce. La potenza unitaria si misura in decine o poche centinaia di megawatt, contro i 1.000-1.600 MW di un impianto tradizionale — un frazionamento che riduce il rischio finanziario di ogni singola unità e, sulla carta, accorcia i tempi di esecuzione. Ma il passaggio dal progetto al prodotto commerciale è tutto da dimostrare.
L’accordo tra Google e Kairos Power fissa l’orizzonte delle prime consegne tra il 2030 e il 2035: da sei a dieci anni da oggi, ammesso che i prototipi superino senza intoppi l’iter di certificazione, un processo che storicamente richiede diversi anni anche solo per la fase autorizzativa. Per chi gestisce un data center e deve pianificare la capacità elettrica con un orizzonte di 18-24 mesi, questa tempistica si traduce in una realtà molto concreta: nel frattempo bisognerà continuare ad alimentare i server con quel che c’è. E quel che c’è oggi, in molte delle regioni dove i grandi fornitori di cloud concentrano i loro data center, è ancora in buona parte gas naturale. La scommessa nucleare non spegne le emissioni attuali: le rimanda a un appuntamento che nessuno può garantire.
L’illusione dell’acqua
Se il nucleare è la scommessa di lungo periodo sulle emissioni, l’acqua è l’altra variabile su cui si gioca la credibilità ambientale dell’industria del cloud. Amazon rivendica di avere più edifici di qualsiasi altro fornitore di cloud che utilizzano acqua riciclata e dichiara di aver raggiunto il 75% del proprio obiettivo «water positive» entro il 2030 — un target che prevede di restituire più acqua di quanta se ne consumi, attraverso progetti di ripristino idrico. Ma il parametro «water positive» è una metrica aziendale, non uno standard di settore verificabile da terze parti: include interventi di compensazione in bacini spesso lontani dai luoghi dove i data center effettivamente prelevano e fanno evaporare l’acqua per il raffreddamento. Il risultato è un bilancio che può quadrare sulla carta su scala globale mentre si opera in aree a stress idrico elevato, dove il consumo reale continua a pesare sulle falde locali.
La contraddizione è evidente: mentre si promettono reattori nucleari che arriveranno nel prossimo decennio e bilanci idrici che reggono solo grazie a compensazioni geografiche, il consumo effettivo di risorse non accenna a diminuire. E continuerà a crescere finché l’espansione della capacità di calcolo per l’AI supererà i guadagni di efficienza dei sistemi di raffreddamento. È un’equazione che, a oggi, nessuno ha risolto.
La scommessa nucleare è, in definitiva, una resa dei conti. Il cloud non può più fingere che l’AI sia a impatto zero, e i target climatici fissati quando l’informatica era dominata dal software tradizionale appaiono oggi irraggiungibili senza una discontinuità tecnologica che tarda ad arrivare. Per chi gestisce l’infrastruttura — dai facility manager dei data center ai responsabili della sostenibilità — i conti iniziano a non tornare: da un lato l’urgenza di aggiungere capacità di calcolo per non perdere terreno nella corsa all’AI, dall’altro la consapevolezza che ogni nuovo megawatt installato allontana ulteriormente gli obiettivi ambientali. I reattori modulari potrebbero un giorno risolvere l’equazione, ma tra oggi e il 2030 l’AI continuerà a crescere alimentata, in buona parte, da combustibili fossili. Nessuno, nei report patinati sulla sostenibilità, l’ha ancora scritto con questa chiarezza.




