Il progetto africano, lanciato nel 2007, resta lontano dall’obiettivo di ripristinare 100 milioni di ettari entro il 2030

Il Taklimakan — il «Mare della Morte» — è completamente circondato da una cintura verde già da novembre 2024. La Grande Muraglia Verde africana, invece, ad aprile 2026 non era vicina all’obiettivo di ripristinare 100 milioni di ettari entro il 2030. Due muraglie, due velocità: una è in piedi, l’altra è ancora in gran parte sulla carta. Il punto di partenza per capire questa distanza è un dato: l’area di terra desertificata nella Cina settentrionale ha raggiunto il picco nel 2000 e da allora è stata ridotta di oltre 1.000 chilometri quadrati all’anno, secondo i dati pubblicati dai media statali.

Due muraglie, due velocità

Il programma cinese — il Programma delle Tre Nord — è partito nel 1978. Secondo il governo cinese, ha trasformato vaste regioni che coprono quasi metà della Cina: da «il deserto avanza e le persone si ritirano» a «il verde avanza e la desertificazione si ritira». La copertura forestale nelle regioni interessate è quasi triplicata, passando dal 5% circa nel 1978 a poco meno del 14% nel 2023. I dati di monitoraggio a lungo termine del team del ricercatore Zhu confermano la tendenza: la terra desertificata in Cina si è ridotta di circa il 10% dal 2000, e le aree gravemente o estremamente desertificate sono diminuite di oltre il 40%.

Il risultato più visibile è nel Xinjiang: il Taklimakan, noto come il «Mare della Morte», è stato completamente circondato da una cintura verde di sabbia lunga 3.046 chilometri. Circa 30 milioni di ettari di terreno agricolo sono stati protetti grazie al programma. La frequenza e l’intensità delle tempeste di sabbia sono diminuite, migliorando la qualità dell’aria nelle città sottovento, in particolare Pechino.

Sul fronte africano, i numeri raccontano un’altra storia. La Grande Muraglia Verde africana è un progetto lanciato nel 2007 dall’Unione Africana e implementato in 22 paesi. A quasi vent’anni dal lancio, resta lontana dai suoi obiettivi dichiarati. La domanda, a questo punto, è semplice: come ha fatto la Cina a ottenere questi risultati?

La ricetta cinese: paglia, numeri e ferrovie

La risposta sta in una tecnica che ha più di settant’anni. Le scacchiere di paglia sono state inventate negli anni ’50 a Shapotou, nel Ningxia, per proteggere la ferrovia Baotou-Lanzhou dalle dune mobili. Il principio è elementare: i reticoli di paglia aumentano la rugosità superficiale del terreno, riducendo l’erosione eolica. In molte regioni aride e semi-aride, la tecnica richiede significativamente meno acqua e meno risorse finanziarie rispetto ad altre soluzioni, e offre benefici ecologici e socio-economici sostenibili nel lungo periodo.

La tecnica non è rimasta un esperimento locale. Fu applaudita da esperti nazionali e internazionali alla Conferenza delle Nazioni Unite sulla Desertificazione a Nairobi nel 1977. Da allora, esperti e personale stranieri sono venuti a Shapotou per apprendere il metodo. Ma una tecnica, da sola, non sposta chilometri di sabbia: dietro i reticoli di paglia c’è una mobilitazione di manodopera che ha pochi paragoni. Lo scienziato Zhu ha stimato che oltre 300 milioni di lavoratori rurali sono stati coinvolti nel programma, principalmente a tempo parziale e retribuiti.

Il punto è che il successo cinese non è nato per caso. È il prodotto di decenni di investimenti, manodopera pagata e un approccio ingegneristico alla sabbia. Se i numeri cinesi sono solidi, la domanda diventa: perché questo modello non arriva in Africa?

Il deserto non aspetta il 2030

La distanza tra i due programmi non è solo geografica. La ricetta cinese — reticoli di paglia, manodopera rurale pagata, decenni di continuità politica — richiede risorse e mobilitazione che non si improvvisano. Un target, da solo, non muove la sabbia: chiede domande precise su risorse e tempi. Il progetto africano è stato lanciato nel 2007 e, a distanza di quasi vent’anni, non è vicino ai 100 milioni di ettari promessi entro il 2030. La prossima tempesta di sabbia non guarderà il calendario. Le promesse, senza risorse e senza tempi credibili, restano promesse.

La sabbia avanza dove manca la volontà politica: per la Grande Muraglia Verde africana il tempo stringe, e il 2030 è già dietro l’angolo.