L’acidificazione del mare amplifica l’effetto dei metalli pesanti già presenti nei tessuti dei molluschi
La superficie del Mediterraneo ha toccato 1.5°C sopra il livello preindustriale. Non è un traguardo climatico qualsiasi: per i mitili che affollano gli allevamenti lungo le coste italiane, spagnole e greche è una condanna che ha già cominciato a materializzarsi. Lo documenta una ricerca pubblicata da ISPRA lo scorso 9 luglio, che smonta con i numeri la retorica dei fattori locali come primo nemico della mitilicoltura. Il colpevole numero uno è il clima. E agisce in modo più subdolo di quanto si pensasse.
Il colpevole è il clima (e fa leva sui metalli)
I ricercatori hanno misurato lo stress biologico nei mitili mediterranei — la specie Mytilus galloprovincialis, quella che finisce nei nostri spaghetti allo scoglio — e hanno quantificato il peso dei diversi fattori. Il cambiamento climatico, in particolare l’acidificazione degli oceani, spiega circa il 40% della varianza osservata. La contaminazione da metalli pesanti si ferma intorno al 30%. L’influenza locale di un terminale di rigassificazione offshore, spesso indicato come principale imputato, incide per appena il 13%. I numeri ribaltano la gerarchia a cui eravamo abituati: il problema non è solo cosa scarichiamo in mare, ma cosa stiamo facendo all’atmosfera.
Il dato più inquietante, però, è un altro. Circa il 64% dell’impatto climatico non colpisce i mitili in modo diretto, ma opera indirettamente aumentando il bioaccumulo di metalli nei loro tessuti. In altre parole: l’acidificazione modifica la chimica dell’acqua e rende gli organismi più vulnerabili ai contaminanti che già ci sono. È come se il clima girasse la chiave dell’auto e la lasciasse accelerare, mentre l’inquinamento industriale fornisce la benzina. Un effetto moltiplicatore che rende il Mediterraneo un caso da manuale — e un incubo per chi produce mitili.
Un hotspot che anticipa il destino degli oceani
Non è un caso che tutto questo accada qui. L’IPCC definisce il Mediterraneo un «hotspot del cambiamento climatico», e i numeri spiegano perché: tra il 1982 e il 2019 la temperatura superficiale è aumentata di 1,3°C, più del doppio della media globale degli oceani (ferma a 0,6°C). Abed El Rahman Hassoun, oceanografo del GEOMAR, lo dice senza giri di parole: ciò che accade nel Mediterraneo funge da sistema di allerta precoce per i processi che più tardi interesseranno l’oceano globale. Il bacino semi-chiuso tra Europa, Africa e Asia sta anticipando il futuro di tutti i mari. E i mitili ne sono le prime vittime.
Per chi vive di mitilicoltura, il conto è già in calo. Secondo i dati raccolti dall’AAC, tra il 2019 e il 2020 la produzione di mitili nell’Unione Europea è diminuita dell’8% in volume e del 6% in valore. Un calo che ha molti padri — eventi meteorologici estremi, proliferazione di alghe tossiche, morie improvvise — ma che trova nel deterioramento climatico il suo filo conduttore. E le proiezioni dicono che il peggio deve ancora venire.
2035: la soglia oltre la quale non si torna
Lo stesso team che ha attribuito al clima il 40% dello stress biologico ha proiettato il cosiddetto Biological Stress Index sui diversi scenari di emissione dell’IPCC. Il risultato è un orologio che ticchetta. Negli scenari ad alte emissioni (SSP5-8.5) e a emissioni intermedie (SSP2-4.5), l’indice supererà le soglie di stress cronico tra il 2035 e il 2040. Superare quella soglia significa condannare intere generazioni di mitili a vivere in uno stato di affaticamento fisiologico permanente: crescita rallentata, riproduzione compromessa, mortalità alle stelle. Significa, per chi li alleva, costi insostenibili e raccolti decimati.
Solo lo scenario a basse emissioni, l’SSP1-2.6, mantiene lo stress al di sotto dei livelli critici almeno fino al 2050. Non è una garanzia, è un rinvio. Ma è l’unica finestra disponibile perché la mitilicoltura mediterranea abbia una possibilità di adattarsi senza soccombere. I numeri sono lì, su PubMed, da inizio luglio. Non sono scenari fantascientifici: sono traiettorie già tracciate, con un margine di manovra che si assottiglia mese dopo mese.
La domanda, a questo punto, non è più se il cambiamento climatico sta uccidendo i mitili. È se le politiche di mitigazione — gli impegni di riduzione delle emissioni, i piani nazionali energia-clima, i meccanismi di finanziamento per l’adattamento — arriveranno prima del 2035. La scienza ha emesso il verdetto e ha messo sul tavolo le coordinate: quaranta per cento di stress da clima, due terzi dell’impatto che passano dall’amplificazione dei contaminanti, una scadenza fissata tra dieci anni. Ora tocca alla politica. E al prezzo che saremo disposti a pagare per ogni estate senza cozze nel piatto.




