Il testo è già passato al Senato e la maggioranza punta a chiudere entro luglio
Lo chiamano già DDL “sparatutto”. Non è un’etichetta da opposizione rumorosa, ma il soprannome che gira tra chi segue il provvedimento. Quarantacinque articoli. Una legge quadro che tocca conservazione della biodiversità, diritto comunitario, convenzioni internazionali, gestione faunistica e sicurezza dei cittadini. Materia da mesi di audizioni, da ponderazione tecnica, da confronto parlamentare disteso. Invece no. Al Senato è già passato. E ora, stando a quanto ricostruito, la maggioranza sta preparando il blitz finale: approvare tutto entro l’estate, se non addirittura entro luglio. Un paradosso che da solo basterebbe a sollevare più di un sopracciglio. Ma dietro la fretta c’è un disegno preciso.
Il blitz di luglio
La forbice tra la complessità della riforma e i tempi striminziti della discussione parlamentare è talmente ampia da apparire quasi caricaturale. Non si tratta di un ritocco alla legge 157 del 1992, di un emendamento tecnico o di un recepimento obbligato di direttive europee. È, al contrario, una riscrittura organica dell’impianto normativo che regola l’attività venatoria in Italia. Un testo che incrocia la tutela delle specie protette, gli obblighi comunitari, le convenzioni internazionali e — aspetto non secondario — i principi della Carta Costituzionale.
Eppure la Camera dei Deputati si appresta a discuterlo in pochi giorni, con l’acceleratore premuto da una manovra già in atto tra le forze di governo. L’obiettivo dichiarato? Chiudere la partita prima della pausa estiva. Luglio come mese-spartiacque. Una manciata di sedute per una legge che, in condizioni normali, richiederebbe un esame approfondito in commissione, audizioni qualificate, un dibattito in aula all’altezza della posta in gioco. Nulla di tutto questo. La sensazione è che il calendario venga forzato per blindare un risultato politico prima che le contraddizioni esplodano. Ma il conto più salato potrebbe arrivare da Bruxelles e dalle aule di tribunale.
Chi spara, chi paga
Il motore di questa corsa non è un mistero: le associazioni venatorie premono da anni per una legge che allenti i vincoli, estenda i periodi di caccia, riduca i controlli. E il DDL in discussione risponde, pezzo dopo pezzo, a quella domanda. I vincitori sono già in posizione. I perdenti, invece, rischiano di essere molti di più di quanto il dibattito pubblico lasci trasparire. A cominciare dalla biodiversità, che in un Paese già sotto procedura d’infrazione europea per il mancato rispetto delle direttive Uccelli e Habitat non ha certo bisogno di nuove deroghe. Poi ci sono i cittadini: la sicurezza delle aree rurali e periurbane, la fruizione dei boschi e dei sentieri durante i periodi di caccia, la convivenza tra attività venatoria e altre forme di utilizzo del territorio.
Il provvedimento, così com’è, scarica i costi della propria ambiguità su soggetti che non hanno voce nel negoziato politico: le specie protette, gli habitat, le generazioni future. E lo fa con un impianto normativo che, a leggerlo con attenzione, sfida apertamente il diritto comunitario. Non è un dettaglio. L’Italia ha già perso diverse cause davanti alla Corte di Giustizia europea per violazioni in materia ambientale. Una legge che indebolisce le tutele rischia di trasformarsi in un boomerang legale e finanziario. Nel frattempo, chi guida il Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica resta in silenzio. Il ministro Pichetto Fratin, in carica dal 22 ottobre 2022, non ha ancora preso una posizione pubblica chiara su un testo che incide direttamente sulle sue competenze. Un silenzio che pesa.
Lo strappo democratico
Perché il DDL Caccia non è solo un elenco di norme tecniche da approvare o respingere nel merito. È il tentativo di riscrivere in corsa, e con colpi di maggioranza, il rapporto tra uomo e natura, scavalcando la dialettica parlamentare. Ed è qui che il dibattito si sposta dalla tutela ambientale alla tenuta del sistema democratico. Quando una riforma di questa portata — ampia, complessa, carica di implicazioni costituzionali — viene compressa in un calendario d’urgenza senza un reale confronto, a essere violato non è solo il buon senso legislativo. È il principio stesso di rappresentanza.
C’è un nodo di trasparenza che non può essere ignorato. Le commissioni parlamentari dovrebbero essere il luogo dove i testi si migliorano, dove le voci contrarie vengono ascoltate, dove la tecnica legislativa si confronta con la realtà del Paese. Invece si sceglie la scorciatoia. Il Senato ha già detto sì, la Camera rischia di fare altrettanto in pochi giorni. E nel frattempo il dibattito pubblico resta ai margini, confinato in nicchie di addetti ai lavori mentre la maggioranza tira dritto. Non è solo un problema di metodo: è un vulnus che rischia di pesare sulla legittimità stessa della legge, esponendola a ricorsi e conflitti di competenza.
La Costituzione italiana, all’articolo 9, parla chiaro: la Repubblica tutela l’ambiente, la biodiversità e gli ecosistemi, anche nell’interesse delle future generazioni. Un principio che dovrebbe orientare l’intera produzione normativa in materia. Ma quando il Parlamento decide di correre, quel principio si indebolisce. Diventa una cornice astratta, facilmente aggirabile con la forza dei numeri. E la democrazia parlamentare, che dovrebbe essere il luogo del confronto ponderato, si riduce a una ratifica frettolosa di scelte già prese altrove. E ora? Il rischio è che la legge passi così com’è, con tutte le sue criticità, per poi essere smontata pezzo per pezzo dai tribunali o da Bruxelles. O peggio: che resti in vigore, producendo danni ambientali irreversibili nel silenzio generale.
Ora la Camera ha una scelta: approvare in fretta o fermarsi a valutare le conseguenze. Il tempo stringe, ma il silenzio non è mai una risposta.




