Il piano quinquennale keniota punta a mobilitare 1.081 trilioni di scellini entro il 2030
1.081 trilioni di scellini. È la cifra che il Kenya ha messo sul tavolo per trasformare il suo sistema agroalimentare da qui al 2030. Ma il numero, per quanto imponente, non è la notizia. La notizia è la struttura del finanziamento: per la prima volta, il settore privato è chiamato a coprire la quota più grossa dell’investimento, con un 45% che supera la parte pubblica. Tra il 30 giugno e il 2 luglio, al vertice Financing Agri-food Systems Sustainably (FINAS) di Nairobi, questo schema è stato incastonato nel National Agrifood System Investment Plan (NASIP), il piano quinquennale che allinea il Kenya agli impegni presi con la Dichiarazione di Kampala del CAADP.
Il conto è servito
I numeri sono da capogiro. Il NASIP mobilita 1.081 trilioni di scellini (circa 8 miliardi di euro al cambio attuale) per il periodo 2026-2030, con l’obiettivo di creare oltre due milioni di posti di lavoro. Di questi, stando a quanto riportato dalla stampa keniota, il governo centrale e le amministrazioni di contea metteranno il 35 per cento. La fetta più grande, il 45 per cento, dovrà arrivare dal settore privato. Il restante 20 per cento non è dettagliato nella comunicazione pubblica, ma la geografia del finanziamento è già chiara: il baricentro del piano non è nei ministeri, ma nelle imprese.
La scelta ha una logica. L’agricoltura keniota vale circa un terzo del PIL e impiega la maggioranza della popolazione, ma soffre di produttività bassa, dipendenza dalla pioggia e accesso limitato ai mercati. Attrarre capitali privati — dalle banche commerciali ai fondi di investimento, passando per le filiere agroindustriali — è una necessità, non un’opzione. Ma il rovescio della medaglia è che il condizionamento del credito e le logiche di rendimento potrebbero orientare gli interventi più della pianificazione pubblica. Due milioni di posti di lavoro promessi sono un obiettivo ambizioso: molto dipenderà da quali attività verranno effettivamente finanziate e a quali condizioni.
La spinta verde
Dietro le cifre, c’è una visione che ha trovato spazio proprio al summit di Nairobi. PELUM Kenya, l’associazione che riunisce organizzazioni della società civile attive nell’agricoltura sostenibile, ha co-organizzato un evento collaterale intitolato “Transformational Agroecology Financing: Scaling Territorial Food Systems into Continental Investment Architectures”. Lì, Rosinah Mbenya, coordinatrice nazionale di PELUM Kenya, ha discusso con altri esperti di come accelerare l’agroecologia su scala continentale. Non si è parlato di nicchie verdi, ma di architetture finanziarie.
L’agroecologia, per PELUM, non è un ideale astratto. «L’agroecologia ha nutrito il mondo e continuerà a nutrirlo», è la posizione riportata da Food Tank in un profilo pubblicato lo scorso febbraio. Fondata nel 1995 con appena 25 membri, PELUM Association ne conta oggi 281: un radicamento cresciuto lentamente in trent’anni, che le ha permesso di portare il tema al tavolo dei decisori. Al FINAS Summit, il NASIP è stato presentato come lo strumento che trasforma gli impegni della Dichiarazione di Kampala in investimenti concreti, e l’agroecologia è entrata nel linguaggio della finanza per lo sviluppo.
È un punto di svolta. Fino a pochi anni fa, le pratiche agroecologiche — rotazioni, consociazioni, gestione naturale dei suoli — erano relegate a progetti pilota e finanziamenti filantropici. Ora entrano nei piani di investimento nazionali, con l’ambizione di attrarre capitali privati su larga scala. Resta da vedere se i soldi seguiranno la retorica: il NASIP è un contenitore ampio, e molto dipenderà dai criteri con cui verranno selezionati i progetti.
La scommessa dei privati
Se il governo mette il 35 e i privati il 45 per cento, il potere contrattuale non risiede nel ministero dell’Agricoltura. Saranno le imprese, dalle grandi società di trasformazione ai piccoli aggregatori, a decidere quali filiere finanziare, con quali garanzie e a quali tassi. I prossimi bandi e le prime linee di credito diranno se l’agroecologia è davvero al centro del piano o se, come in altri casi, resterà una foglia di fico per attrarre fondi internazionali. Per ora, l’unica certezza è che il Kenya ha messo sul tavolo la scommessa più grande della sua storia agricola. E ha chiesto al mercato di coprirla quasi per metà.
Nei prossimi mesi, più che i comunicati stampa, conteranno i contratti. A firmarli non sarà il governo. Saranno le imprese. Saranno loro a decidere se l’agroecologia vincerà la sua partita.




