Il progetto Seeds of Change punta ora a replicare il modello in altre comunità nigeriane

A Ijaiye, nello stato di Oyo, l’agroecologia non si trasmette con manuali o lezioni frontali. La prima fase del progetto Seeds of Change — implementato in Nigeria dallo Youth in Agroecology and Restoration Network (YARN) nell’ambito di un programma regionale che attraversa Nigeria, Kenya, Zimbabwe e Zambia — ha prodotto un risultato concreto: una Fattoria Modello di Agroecologia a Ijaiye che funziona come centro dimostrativo dove gli agricoltori osservano le pratiche, sperimentano e si scambiano conoscenze. Niente aule, niente certificazioni: si impara facendo, e poi si porta il metodo nel proprio campo.

Il modello Ijaiye: non solo teoria

La sessione di formazione iniziale, che si è tenuta lo scorso aprile, ha attirato circa 120 giovani e donne dalle comunità intorno a Ijaiye. Ma il dato numerico conta meno del meccanismo che si è innescato subito dopo. La Fattoria Modello non è un semplice appezzamento dimostrativo: è il nodo di una rete di apprendimento orizzontale in cui il sapere agroecologico si propaga per via diretta, da agricoltore ad agricoltore.

Il meccanismo è semplice nell’architettura e potente negli effetti. Un agricoltore partecipa alle attività nella Fattoria Modello, acquisisce dimestichezza con tecniche come la preparazione di compost, la consociazione di colture e l’uso di repellenti naturali, poi torna nella propria comunità e condivide ciò che ha imparato con i vicini. Secondo quanto riferito da YARN, comunità come Omi-Adio hanno già iniziato a replicare la formazione attraverso attività di condivisione delle conoscenze tra pari, estendendo l’impatto del progetto ben oltre i beneficiari iniziali. È un contagio positivo che non richiede budget aggiuntivi né infrastrutture dedicate: si regge sulla fiducia e sul passaparola tra chi lavora la stessa terra, affronta gli stessi problemi e parla la stessa lingua.

Ma questo meccanismo di propagazione spontanea può reggersi senza un sostegno strutturato? La domanda non è retorica, perché il salto dalla fase pilota alla sostenibilità di lungo periodo è proprio il punto in cui molti progetti simili si sono arenati.

Dietro le quinte: chi paga e perché

A sostenere l’iniziativa c’è un finanziamento mirato di AgroecologyFund, veicolato attraverso un programma il cui tema ufficiale è “Project: Seeds of Change – Youth Mobilising for Food Systems Transformation”. Non si tratta di un intervento filantropico generico: il programma di formazione finanziato da AgroecologyFund punta su un’idea precisa di trasformazione dei sistemi alimentari, quella che passa per la mobilitazione dei giovani e per la progressiva riduzione della dipendenza dagli agrochimici di sintesi. Ed è qui che il disegno si fa interessante: invece di finanziare l’ennesimo corso con esperti esterni e materiale didattico standardizzato, il fondo ha scommesso su un modello che mette al centro lo scambio tra pari. Una scommessa a basso costo unitario e ad alta replicabilità potenziale, sempre che il meccanismo regga anche quando lo si porta fuori dal contesto in cui è nato.

Moltiplicare senza snaturarsi

Con la prima fase archiviata e risultati tangibili sul campo, il progetto ora guarda all’espansione. Il piano prevede un’implementazione a tappe in diverse comunità di Ido, Akinyele e parti di Oyo Town, con partecipanti selezionati progressivamente dalle diverse aree. Sulla carta, è la naturale evoluzione di un pilota riuscito: se il modello funziona a Ijaiye, perché non replicarlo a poche decine di chilometri di distanza?

Ma il nodo è un altro, ed è il trade-off classico di ogni processo di scalabilità: come si fa a crescere senza tradire il meccanismo che ha funzionato? L’apprendimento orizzontale tra agricoltori è per sua natura organico, informale, difficile da ingabbiare in procedure standardizzate. Funziona perché chi insegna è un pari, non un tecnico mandato dall’esterno con un pacchetto preconfezionato. Funziona perché il contesto è condiviso — stesso suolo, stesso clima, stesse colture, stessi vincoli economici. Ogni volta che si aggiunge un nuovo territorio, il rischio è che la logica del progetto prenda il sopravvento su quella della comunità: scadenze da rispettare, indicatori da misurare, formatori da certificare. In altre parole, il pericolo concreto è che la crescita trasformi un processo dal basso in un ennesimo corso calato dall’alto, vanificando proprio la dinamica che ha prodotto i primi risultati.

L’implementazione a fasi annunciata suggerisce una certa consapevolezza di questo rischio da parte di chi coordina il progetto: procedere per tappe significa darsi il tempo di verificare che il meccanismo di propagazione funzioni anche nei nuovi contesti prima di allargare ulteriormente il perimetro. Ma la verifica vera sarà sul campo, e si misurerà con un indicatore semplice: nelle nuove comunità di Akinyele, Ido e Oyo Town, saranno ancora gli agricoltori a formare altri agricoltori? Oppure il progetto si appoggerà progressivamente a strutture più tradizionali di trasferimento tecnologico, con esperti e programmi predefiniti? La risposta a questa domanda farà la differenza tra un modello che si può esportare e l’ennesimo progetto pilota con buoni risultati iniziali e poca continuità.

Il successo di Seeds of Change si misurerà non dal numero di tappe raggiunte sulla tabella di marcia del programma, ma dalla capacità di mantenere la condivisione tra pari come motore principale dell’intero processo. Se replicare significherà ancora “agricoltori che formano agricoltori”, allora Ijaiye avrà prodotto qualcosa di più di una Fattoria Modello: avrà validato un meccanismo di apprendimento a costo quasi zero che può funzionare ovunque ci sia una comunità disposta a sporcarsi le mani e a condividere ciò che ha imparato. Altrimenti, resterà un esperimento ben riuscito ma confinato ai margini di un sistema agricolo che ha bisogno di alternative praticabili, non di dimostrazioni isolate.