L’IPHC è il primo accordo internazionale per la gestione congiunta di una risorsa ittica, ora minacciato dal clima

Il patto che sfida l’oceano

La Commissione Internazionale per l’Ippoglosso del Pacifico (IPHC) non è un’altra sigla burocratica tra le tante. È stato il primo accordo internazionale per la gestione congiunta di una risorsa ittica marina, un patto tra Stati Uniti e Canada che dal 1923 regola la pesca di una delle specie più pregiate dell’oceano. Oggi quella storia di successo si scontra con un avversario che nessun trattato può fermare: la deossigenazione causata dal cambiamento climatico.

È il paradosso perfetto. Abbiamo costruito un sistema di gestione così sofisticato che l’IPHC è diventata la prima organizzazione regionale di pesca al mondo ad aggiungere competenze economiche al proprio Segretariato, integrando scienza e mercato per mantenere gli stock in salute. Eppure tutta questa architettura è impotente di fronte a un oceano che letteralmente sta perdendo il respiro. Ma quanto è grave la situazione? I numeri raccontano di un futuro che arriva prima del previsto.

Il prezzo del silenzio blu

Ecco perché. Dal 1960, circa il 2% del contenuto di ossigeno nell’oceano è andato perso, e l’area di acqua a basso ossigeno in mare aperto è aumentata di 4,5 milioni di chilometri quadrati. Sembrano cifre astratte, ma si traducono in un conto salatissimo. Secondo Hongsik Kim e colleghi dell’Università della British Columbia, entro il 2100 l’ossigeno disciolto potrebbe diminuire fino al 40% e la temperatura aumentare del 30% rispetto ai livelli del 1994. In quello scenario, la biomassa dell’ippoglosso del Pacifico crollerebbe tra il 66 e l’89%.

Tradotto in soldi: circa 100 milioni di dollari canadesi di perdite dirette per la pesca in Canada, a cui si aggiungono altri 197 milioni di danni economici indiretti che si propagherebbero attraverso impianti di lavorazione, distributori e filiera. In tutto, quasi 300 milioni di dollari canadesi che sparirebbero entro fine secolo. Ma il colpo più duro arriva prima. Già entro il 2050, le catture aborigene sono destinate a diminuire in modo significativo, privando le popolazioni indigene di 16 comunità costiere fino a 12 milioni di dollari canadesi all’anno nella pesca commerciale. Non è una proiezione astratta: è cibo, reddito, cultura che se ne vanno.

C’è un dettaglio che rende tutto ancora più amaro. La pesca dovrebbe rimanere relativamente stabile fino al 2050, biologicamente resiliente, dicono i modelli. Poi il baratro. È come camminare su una strada che sembra solida mentre il ghiaccio sotto si assottiglia: quando cede, è troppo tardi per tornare indietro. Ma se l’orizzonte del 2050 sembra lontano, le soglie critiche sono già state superate. Cosa significa per chi oggi compra il pesce?

Cosa resta nelle nostre reti?

La risposta è complessa, ma parte da un dato: le zone oceaniche intermedie che supportano molte attività di pesca hanno superato una soglia critica di perdita di ossigeno già nel 2021. La zona mesopelagica, tra i 200 e i 1.000 metri di profondità — proprio quella che sostiene molte specie commerciali — ha varcato un punto di non ritorno. Non è un allarme per il futuro remoto: è un confine che abbiamo già alle spalle.

L’IPHC ha reagito diventando più sofisticata, integrando analisi economiche nella gestione per capire non solo quanti pesci ci sono, ma quanto vale la pesca e quali conseguenze sociali avrà ogni decisione. È un approccio pragmatico che altri settori dovrebbero studiare. Per il consumatore, il messaggio non è “smettere di mangiare ippoglosso”. È capire che il prezzo di quel trancio al banco non dipende solo dalla domanda e dall’offerta di oggi, ma da dinamiche fisiche e chimiche che agiscono su scala planetaria. La scelta concreta, alla fine, è se premiare le filiere che investono in scienza e adattamento, quelle che guardano al 2050 sapendo che il 2100 si decide adesso.