Confindustria, BDI e MEDEF chiedono di rivedere il mercato delle quote, mentre i produttori di acciaio si dividono sulla strada

Lo scorso 6 luglio, la dichiarazione congiunta di Confindustria, BDI e MEDEF è stata rilanciata sul Financial Times e indirizzata alla presidente Ursula von der Leyen, alla vigilia della proposta di revisione dell’ETS attesa per il 17 luglio. Le tre associazioni rappresentano quasi 500.000 imprese e chiedono una revisione profonda del meccanismo. Nello stesso dossier, però, un gruppo di produttori di acciaio definisce ogni modifica una «grave errata diagnosi». Due Europe si guardano in faccia.

Due appelli, due Europe

Per capire la posta in gioco serve allargare lo sguardo oltre l’appello pubblicato sul Financial Times. Le tre associazioni chiedono una revisione del Market Stability Reserve, il meccanismo che regola le quote di CO₂ sul mercato europeo, per prevenire carenze e limitare la volatilità dei prezzi. E chiedono di rafforzare il CBAM mantenendo al contempo quote gratuite e compensazione dei costi ETS finché non siano in atto misure alternative efficaci contro la delocalizzazione della produzione fuori dall’UE.

Nella lettera, Confindustria, BDI e MEDEF parlano di una profonda revisione del meccanismo ETS affinché le regole del mercato della CO₂ siano più aderenti alla realtà dell’industria: tecnologie disponibili, costi, infrastrutture, concorrenza internazionale. Detto così, sembra una richiesta di buon senso. Il problema è che l’industria siderurgica europea è divisa proprio sulle richieste avanzate dalle tre associazioni. Un gruppo di produttori di acciaio ha pubblicato una propria dichiarazione congiunta per chiedere un ETS prevedibile, non più morbido. E una coalizione di imprese avverte che modificare o sospendere l’ETS sarebbe una «grave errata diagnosi» del problema della competitività europea.

È un appello politico, non un atto vincolante. Ma il conflitto non è solo di principio: a fare da sfondo ci sono numeri che raccontano un’altra storia.

La competitività al vaglio dei numeri

Cosa dicono i dati, allora, sulla competitività che le associazioni invocano? Il primo dato smonta un mito. Secondo uno studio del CESISP di Milano-Bicocca, tra il 2013 e il 2024 la riduzione delle emissioni sarebbe derivata più dalla chiusura di impianti (-14,6%) che dal prezzo del carbonio. Il taglio c’è stato, ma in buona parte è arrivato spegnendo le fabbriche, non facendo pagare la CO₂. Per chi racconta l’ETS come leva verde e insieme come zavorra industriale, è un paradosso difficile da maneggiare.

Poi c’è la questione dei costi. Secondo dati Agora Energiewende, per la maggior parte delle industrie non energivore il costo dell’elettricità pesa meno del 5% dei costi di produzione: sono i combustibili fossili a incidere, tra il 30 e l’80%. Tradotto: il problema è il gas, non l’ETS. E quando si guarda agli aiuti di Stato, la retorica della competitività si scontra con un’altra asimmetria. Secondo dati pubblicati dalla stessa Confindustria, la Germania eroga 2,4 miliardi l’anno per la compensazione dei costi indiretti ETS, mentre l’Italia appena 150 milioni. Già nel 2022, nella crisi energetica, quando la Commissione allentò le regole sugli aiuti di Stato, la Germania ottenne da sola circa il 49% di tutti gli aiuti approvati nell’Unione, l’Italia il 4,7%.

Eppure il sistema, almeno sul fronte delle emissioni, ha funzionato più di quanto l’appello lasci intendere: nel 2024 l’ETS1 ha ridotto le emissioni di gas serra dei settori coperti della metà rispetto al 2005. Mentre il dibattito si infiamma, la Commissione ha già messo sul tavolo una proposta che sembra andare incontro alle richieste di pausa.

La partita della Commissione: chi tiene il segnale del carbonio?

La proposta presentata lo scorso 17 luglio fissa un fattore di riduzione lineare del 3,7% per il periodo 2031-2035 e dell’1,7% dal 2036 in poi. L’attuale LRF è del 4,3% per il 2024-2027 e del 4,4% dal 2028. In pratica, un ritmo più morbido: è esattamente il terreno su cui si gioca la frattura.

Da una parte, Outokumpu, SSAB, Salzgitter, Saarstahl, Dillinger e SHS chiedono di mantenere il fattore di riduzione al 4,4% almeno fino al 2035 e di preservare il segnale del prezzo del carbonio: tenere in piedi il fattore CBAM e il percorso di eliminazione delle quote gratuite, e impedire di usare la Market Stability Reserve per gonfiare artificialmente l’offerta di quote.

Dall’altra, ArcelorMittal, thyssenkrupp Steel e voestalpine — che rappresentano circa il 60% della produzione integrata di acciaio in Europa — chiedono congiuntamente una pausa temporanea nell’escalation dei costi dell’ETS, mantenendo il livello attuale finché non saranno in atto i fattori abilitanti per una decarbonizzazione economicamente sostenibile. Non una richiesta qualsiasi: è la voce dell’acciaio integrato, quello che ha più da perdere da un costo del carbonio alto.

E poi c’è l’ETS2, il sistema separato per trasporto su strada, edifici e altri settori, che inizierà a funzionare nel 2028. La domanda che resta è se il segnale del prezzo sopravviverà al compromesso.

A Bruxelles resta aperta una domanda scomoda: chi ha già pagato per decarbonizzare si ritroverà con un prezzo del carbonio che premia quegli investimenti, o con un mercato addomesticato dalle lobby dell’acciaio integrato? La risposta non è tecnica, è politica.