La tecnologia esiste dal 1904 ma il piano europeo non indica quali impianti, con quali incentivi e in quali tempi

Nel 1904, a Larderello, in Toscana, un generatore sperimentale da 10 kW accese la prima lampadina alimentata dal calore della terra. Nel maggio 2022, la Commissione europea chiedeva di triplicare la capacità geotermica dell’UE entro il 2030. Tra queste due date si misura la tensione di una tecnologia adulta che fatica a diventare scala reale: alla fine del 2022 si contavano 30 impianti attivi tra Toscana, Veneto, Campania, Emilia-Romagna e Sicilia.

Dal primato toscano alla diffusione attuale

Il generatore del 1904 era un esperimento: 10 kW, poco più di quanto serve per una lampadina e qualche apparecchio. Il salto commerciale arrivò nove anni dopo, nel 1913, quando a Larderello entrò in esercizio il primo impianto geotermico commerciale al mondo. Da quel momento la geotermia ha cominciato a essere un ramo dell’industria dell’energia, non più una dimostrazione da laboratorio.

A più di un secolo di distanza, la maturità si vede negli usi diretti: alla fine del 2022, il 95% delle case islandesi veniva riscaldato direttamente con i vapori provenienti dal sottosuolo. Non si tratta di generare elettricità e poi scaldare con quella, ma di usare il calore così com’è, alla temperatura utile per un impianto di riscaldamento urbano: meno passaggi, meno dispersioni.

L’Italia, primo Paese al mondo a produrre elettricità dal sottosuolo, resta a quel mosaico di 30 impianti distribuiti tra Toscana, Veneto, Campania, Emilia-Romagna e Sicilia. Il contrasto è netto: la stessa tecnologia che in Islanda scala a livello nazionale, in Italia è un insieme di impianti isolati. Ma se la tecnologia è matura da oltre un secolo, perché serve una spinta politica adesso?

REPowerEU: triplicare non è una strategia

L’ambizione è dichiarata. Il problema è il divario tra il target e gli strumenti. Triplicare non è una strategia: è un numero. Il piano definisce una direzione, ma non una road map operativa — nessun dettaglio su quali impianti, con quali incentivi, in quali tempi intermedi si dovrebbe arrivare a quella soglia. Portare una fonte da nicchia a scala di sistema richiede il contrario: una sequenza di decisioni industriali e regolatorie verificabili, passo dopo passo.

La distanza tra promessa e realtà emerge appena si torna alla fotografia degli impianti. Da un lato, l’Islanda mostra che la risorsa può sostenere usi diretti su larga scala. Dall’altro, l’Italia — patria della prima generazione geotermica — contava 30 impianti attivi alla fine del 2022. Triplicare la capacità europea partendo da una base così frammentata non è impossibile, ma richiede molto più di un enunciato.

Il mercato USA e il peso reale della geotermia

Per capire se triplicare sia realistico, basta guardare al mercato più maturo: gli Stati Uniti. Nel 2020, il mercato statunitense dell’energia geotermica era stimato a 1,4 miliardi di dollari. Il Paese rappresenta il 29,67% del mercato globale.

I numeri raccontano una verità scomoda: anche nel Paese leader la geotermia resta una nicchia. Un mercato da 1,4 miliardi di dollari, con gli Stati Uniti che da soli valgono quasi il 30% del totale, suggerisce quanto sia piccolo il bacino complessivo. Se questo è il punto di riferimento più avanzato, il target europeo del 2030 va letto come un obiettivo politico, non come un traguardo già costruito con strumenti adeguati.

Resta aperta la domanda: con questi numeri, il target del 2030 è un obiettivo o un auspicio?

Per chi installa o gestisce impianti, la lezione è concreta. La risorsa e la tecnologia ci sono: Larderello lo dimostra dal 1904, l’Islanda lo dimostra nelle case. Ma senza una domanda stabile e incentivi certi, la geotermia resterà un’opzione di nicchia. Il 2030 dirà se la politica ha saputo trasformare un primato storico in scala reale.