La tecnica zenitale ha permesso di identificare 12 guiña in Cile, ma oltre la metà degli scatti è stata scartata
L’idea è tanto semplice quanto controintuitiva. Invece di piazzare la fototrappola all’altezza del sottobosco, con l’obiettivo parallelo al terreno, i ricercatori l’hanno montata tra i rami, puntata verso il basso. Una fototrappola zenitale, capace di catturare il disegno di macchie e rosette che corre lungo la schiena del più piccolo felino delle Americhe. Quel disegno, impossibile da leggere nelle tradizionali immagini laterali, è diventato una carta d’identità. Così, tra febbraio 2019 e novembre 2020, in un’area protetta della Reñihué Valley, in Cile, è stato possibile distinguere 12 individui diversi. Dodici guiña finalmente riconoscibili uno per uno, come non era mai accaduto prima.
Il guiña è un fantasma maculato di poco più di due chili, abituato a muoversi nel fitto della foresta valdiviana e a scomparire dietro un tronco prima ancora di essere notato. Fino a ieri, identificare ogni singolo esemplare era un’impresa quasi disperata. Le telecamere a infrarossi piazzate a lato dei sentieri restituivano profili sfuggenti, zampe, code, lampi di pelliccia da cui era arduo estrarre marcature univoche. La biologa Ilaria Agostini, ricercatrice del CONICET argentino che lavora direttamente sulle popolazioni di guiña, non usa mezze parole: il fototrappolaggio laterale precedente non poteva identificare singoli gatti. Con la tecnica zenitale, invece, «per la prima volta sembra fattibile identificare gli individui in questo gatto dai segni molto sottili», ha dichiarato in un’intervista video.
L’identikit impossibile diventa realtà
Il principio è un prestito dalla biometria felina di specie più grandi. Tigri, leopardi, ghepardi portano sulla pelliccia codici a barre naturali — strisce e rosette — che gli algoritmi leggono con precisione crescente. Ma il guiña ha un mantello meno contrastato, quasi mimetico, e la postura curva con cui attraversa l’inquadratura di una camera laterale ne deforma i punti di riferimento. Ruotando la prospettiva di 90 gradi, la schiena diventa una mappa piatta e costante. La fototrappola zenitale è una sorta di scanner da ufficio applicato al suolo della foresta: ogni passaggio deposita un’immagine bidimensionale del disegno dorsale, confrontabile con le altre come si fa con le impronte digitali.
I numeri dello studio pilota danno la misura del salto tecnico, ma anche della fatica che resta da fare. Su 1.386 foto raccolte con la posizione zenitale, più della metà è stata scartata. Il motivo è duplice: molti scatti erano di qualità troppo bassa, mossi o fuori fuoco, ma una quota rilevante immortalava esemplari melanici. Il melanismo — una mutazione genetica che rende il mantello completamente nero — cancella il disegno dorsale e con esso la possibilità di identificazione individuale. Restano 12 gatti censiti in quasi due anni di lavoro, un campione minuscolo che apre più domande di quante ne chiuda. La prova di concetto funziona, ma il tasso di scarto segnala una distanza ancora ampia da un uso operativo su larga scala.
Il lato oscuro dei dati
Qui si annida il primo paradosso. La tecnica è stata descritta come «potenzialmente trasformativa» per colmare una lacuna che pesa come un macigno sulla conservazione del guiña: non esistono stime affidabili della popolazione su tutto l’areale. Nessuno sa quanti guiña ci siano, né in Cile né in Argentina. Qualsiasi decisione gestionale, qualsiasi valutazione del rischio, si muove su un terreno statisticamente friabile. La camera zenitale sembra offrire la chiave per costruire quei numeri, ma il limitato tasso di successo nell’identificazione — dodici individui su quasi millequattrocento foto — dice che la strada è ancora lunga. Il problema non è solo tecnologico: la foresta valdiviana è fitta, umida, spesso buia. Le condizioni sul campo divorano pixel utili.
E poi c’è la questione del melanismo. In alcune aree la variante scura è così diffusa da rendere inapplicabile la tecnica su una fetta consistente della popolazione. È come avere uno strumento di riconoscimento facciale che funziona solo su una parte dei volti. Non è un difetto di progettazione, ma un limite intrinseco del dato visivo. I ricercatori lo sanno bene e indicano una possibile via d’uscita nell’estensione del metodo ad altre specie di piccoli felini, dove le marcature dorsali sono più leggibili e il melanismo meno comune. La promessa è trasversale, ma per il guiña resta una coperta corta.
Il paradosso della Lista Rossa
Lo scorso anno la IUCN ha preso una decisione che ha fatto rumore tra i conservazionisti. Il guiña è stato spostato nella categoria «minor preoccupazione» della Lista Rossa. Il declassamento della guiña poggia su dati più aggiornati rispetto alla valutazione precedente, che risaliva al 2014 e non disponeva di queste informazioni. Ma il verdetto porta con sé una contraddizione evidente. Tre delle sei sottopopolazioni riconosciute sono ancora in grave pericolo di estinzione locale e necessitano di «attenzione speciale e azioni di conservazione urgenti», come sottolineato dai ricercatori. Passare a «minor preoccupazione» a livello globale mentre metà delle popolazioni conosciute rischiano di scomparire del tutto non è una contraddizione statistica — è un problema politico.
Il meccanismo è noto: la Lista Rossa valuta lo stato complessivo della specie, non la salute delle singole sottopopolazioni. Quando i numeri aggregati salgono, il semaforo passa da rosso a verde, e con esso si allenta l’attenzione internazionale. Ma per il guiña l’aggregazione è una finzione ottica. Non esiste un’unica popolazione continua, esistono isole genetiche separate da valli, strade, piantagioni. Perdere una sottopopolazione significa cancellare un serbatoio di diversità genetica, anche se le altre tre stanno relativamente meglio. Il declassamento IUCN rischia di funzionare come un paraocchi: dà l’illusione che il problema sia risolto, mentre la fototrappola zenitale sta appena iniziando a mappare la dimensione reale del vuoto conoscitivo.
La tecnica messa a punto nella Reñihué Valley può essere replicata altrove, e i ricercatori contano di farlo. Ma ogni valle cilena o argentina ha la sua ecologia, la sua pressione antropica, la sua percentuale di guiña melanici. Dodici gatti identificati in un’area protetta non fanno una stima di popolazione, e nemmeno una linea di tendenza. Sono un punto su un grafico ancora tutto da disegnare. La camera zenitale è un passo avanti concreto, onesto nella sua parzialità. La vera partita per evitare che intere valli perdano per sempre il loro fantasma maculato si gioca ancora sul campo, valle dopo valle, con gli stivali nel fango e il collo piegato all’indietro a controllare l’inquadratura tra i rami.




