I 745 milioni promessi al Fondo perdite e danni sono lo 0,05% del fabbisogno minimo stimato
Fino a 1.600 miliardi di dollari all’anno entro il 2030. È la stima più alta del fabbisogno finanziario per perdite e danni nei paesi a basso reddito. A dicembre 2024, invece, i contributi promessi al Fondo per le perdite e i danni ammontavano a 745 milioni di dollari. Un divario che sfiora le 2.000 volte. Secondo un’analisi di Yale Climate Connections, l’intelligenza artificiale può prevedere le catastrofi, ma non può salvarci se mancano i fondi per intervenire, e i numeri raccontano di una sproporzione che va ben oltre la cronaca. Dietro quelle cifre c’è un meccanismo di finanziamento che si sta indebolendo proprio mentre gli eventi estremi si fanno più frequenti e costosi.
Il buco nero dei finanziamenti
Le proiezioni più aggiornate — firmate dagli economisti Markandya & González‑Eguino nel 2019 e riprese da uno studio del Stockholm Environment Institute — fissano il possibile conto annuale per i paesi più esposti tra 400 e 1.600 miliardi di dollari entro la fine del decennio. Non si tratta di danni ipotetici: sono le conseguenze già misurabili di alluvioni, siccità, innalzamento dei mari e uragani che colpiscono con una violenza sempre maggiore le economie con minori margini di spesa.
Di fronte a un fabbisogno di questa portata, il Fondo per la risposta alle perdite e ai danni (FRLD), nato con l’ambizione di colmare almeno in parte il divario, si è mosso con un passo clamorosamente insufficiente. A fine 2024, l’UNFCCC certificava promesse di contributo per soli 745 milioni di dollari, somma che equivale a poco più dello 0,05% del valore più basso della forchetta stimata. In termini concreti: per ogni dollaro teoricamente necessario ne sono stati messi sul tavolo poco più di cinque centesimi. E il dato peggiora se si considera che la cifra di 1.600 miliardi è il limite superiore, ma anche i 400 miliardi restano un obiettivo lontanissimo.
Non è solo un problema di quantità assoluta: la velocità con cui i danni crescono è superiore a quella con cui la finanza climatica si mobilita. Mentre i governi negoziano nuovi strumenti e meccanismi di garanzia, il contatore degli eventi estremi gira sempre più rapido. Questo scollamento tra la scala del bisogno e la risposta politica è il cuore del problema, e non si spiega soltanto con la cronica mancanza di risorse.
Smontare la cassetta degli attrezzi
Mentre il fabbisogno esplode, gli strumenti di risposta si stanno addirittura indebolendo. Negli Stati Uniti, dove la Federal Emergency Management Agency (FEMA) era stata rafforzata proprio dopo il disastro dell’uragano Katrina, la tendenza si è invertita. Già nel giugno 2025 un rapporto di Yale Climate Connections segnalava che molti dei progressi compiuti dalla FEMA nei vent’anni successivi a Katrina erano stati vanificati nei quattro mesi precedenti. L’agenzia che dovrebbe coordinare la risposta federale alle emergenze si presentava, secondo esperti di gestione dei disastri, meno preparata di quanto non fosse nel 2005.
Quella regressione non è avvenuta nel vuoto. Lo scorso anno, Donald Trump aveva dichiarato che la FEMA andrebbe eliminata e che la responsabilità della preparazione e della risposta ai disastri dovrebbe essere trasferita agli Stati. Un’impostazione che, al di là delle dichiarazioni, ha già prodotto effetti tangibili sulla capacità operativa dell’agenzia, proprio in un momento storico in cui il territorio statunitense è esposto a uragani e ondate di calore di intensità crescente. L’ironia è palpabile: mentre si tagliano i fondi e le strutture centrali di pronto intervento, il conto delle emergenze sale, e con esso il costo economico e umano.
C’è un paradosso ulteriore. Il dibattito sul finanziamento climatico è spesso dominato dalla ricerca di soluzioni “innovative” e “scalabili”, come se il problema fosse solo di ingegneria finanziaria. Ma la realtà mostra che persino strumenti di costo contenuto e comprovata efficacia restano ai margini dell’agenda politica. Il passo indietro della FEMA ne è un esempio concreto: non si tratta di spendere di più, ma di non smantellare ciò che funziona. Eppure, mentre l’attenzione si concentra sui grandi numeri del gap, si trascura ciò che potrebbe ridurlo alla radice.
Prevenire costa (molto) meno che riparare
Di fronte a questo scenario, l’azione anticipatoria appare come una luce in fondo al tunnel. La definizione delle Nazioni Unite (OCHA) è chiara: agire prima che i pericoli previsti si manifestino per prevenire o ridurre gli impatti umanitari più acuti. Non è una teoria astratta: i numeri sull’efficacia economica sono solidi e, per una volta, incoraggianti. Secondo una rassegna dell’Anticipation Hub, la maggior parte degli studi stima un ritorno sull’investimento compreso tra 2 e 7 dollari per ogni dollaro investito. Alcune valutazioni, in contesti specifici, arrivano fino a 126 dollari restituiti per ogni dollaro speso.
Significa che, con un capitale iniziale ridicolmente basso rispetto alle cifre in ballo, si potrebbe evitare una quota rilevante dei danni, alleggerendo proprio quel fabbisogno miliardario che oggi appare incolmabile. Eppure, la politica continua a guardare altrove. L’azione anticipatoria resta un’eccezione nei bilanci nazionali e nei fondi multilaterali, soffocata da una cultura dell’emergenza che premia la ricostruzione post‑catastrofe — più visibile, più mediatica, ma enormemente più costosa.
La domanda è se la politica saprà coglierla prima che il tunnel diventi un baratro. Il divario tra fabbisogno e fondi è destinato a crescere. L’asticella dei 745 milioni di dollari di promesse è già irrisoria, e il ritorno sull’investimento dell’azione anticipatoria — fino a 126 volte la spesa — resta un’occasione ignorata. In un mondo che si scalda, ignorare la prevenzione non è solo miope: è un lusso che i paesi più vulnerabili non possono permettersi.




