In Colombia e Bangladesh i guardiani nominati per tutelare i fiumi si sono ritrovati senza fondi e poteri

Immaginate un fiume che per legge è «persona», ma la cui acqua è ancora carica di metalli tossici. Succede in Colombia, dove l’Atrato ha ottenuto personalità giuridica dal 2016, eppure continua a subire scarichi illegali e devastazione ambientale. Il caso è al centro di un rapporto dello Stockholm Environment Institute che smonta una convinzione diffusa: il riconoscimento legale dei fiumi come soggetti giuridici, da solo, «non è sufficiente a fermare la contaminazione tossica e la distruzione degli ecosistemi», spiegano i ricercatori. Tradotto per chi non vive sulle rive di un corso d’acqua sudamericano: il diritto senza mezzi è una coperta troppo corta, e lasciarla sventolare come una bandiera non ripulisce un solo chilometro di alveo.

L’Atrato: un fiume-persona che continua a morire

Dieci anni fa la Corte Costituzionale colombiana fece una scelta storica: concesse al fiume Atrato diritti legali propri, nominò un organismo di tutela – la Commission of the Guardians of Atrato River – e ordinò che le sue risorse fossero gestite in modo sostenibile. Sulla carta, una vittoria piena per le comunità che da decenni convivono con l’estrazione mineraria incontrollata. Nella realtà, chi vive lungo l’Atrato racconta di un fiume che resta grigio, di pesci spariti e di malattie che non accennano a diminuire. Non è un’impressione: la sentenza non ha fermato l’inquinamento. Il riconoscimento formale ha funzionato da amplificatore mediatico, ma non ha inciso sulle pratiche quotidiane di chi avvelena l’acqua.

Perché il diritto non si traduce in protezione? La risposta sta nei meccanismi di attuazione, quelli che dovrebbero trasformare una sentenza in ronde ambientali, analisi dell’acqua e denunce efficaci. Ed è qui che il sistema colombiano ha mostrato tutte le sue crepe.

Guardiani senza potere, sentenze annacquate

Davanti al paradosso viene spontaneo chiedersi dove si sia inceppato il meccanismo. I casi colombiano e bengalese offrono risposte scomode, a tratti ironiche per chi osserva dall’Europa: abbiamo costruito cattedrali giuridiche che poggiano su fondamenta di fango.

In Colombia, l’implementazione della sentenza sull’Atrato è stata rallentata da tre fattori che conosce bene chiunque abbia seguito un progetto pubblico complesso: mancanza di fondi, ritardi burocratici e un coordinamento ballerino tra autorità nazionali e locali. La commissione dei guardiani, pensata per rappresentare gli interessi del fiume, si è ritrovata con un mandato nobile e un portafoglio vuoto. I fondi stanziati sono stati insufficienti fin dall’inizio, e la macchina amministrativa colombiana – divisa tra Bogotá e le regioni – ha trasformato ogni decisione in un percorso a ostacoli. Risultato: controlli sporadici, interventi di bonifica rinviati e miniere abusive che operano quasi indisturbate.

Il Bangladesh, che pure aveva fatto notizia nel 2019 estendendo la personalità giuridica a tutti i fiumi del paese, offre una controprova ancora più amara. La Corte Suprema aveva nominato un guardiano – la National River Conservation Commission, un ente governativo – e impartito direttive stringenti. Peccato che molte di quelle direttive siano state annullate in appello nei mesi successivi, lasciando il guardiano con un’autorità pratica ridotta al lumicino. Invece di rafforzare la protezione, il sistema giudiziario ha progressivamente svuotato la sentenza originale. Così, anche in Bangladesh, il fiume-persona è rimasto senza avvocati capaci di agire.

Questi fallimenti non sono incidenti isolati. I diritti della natura – la teoria giuridica che attribuisce diritti intrinseci a ecosistemi e specie, simile ai diritti umani fondamentali – sono un fenomeno in crescita: a maggio 2024 si contavano quasi cinquecento leggi a livello locale e nazionale in quaranta paesi. Ma la quantità non garantisce la qualità dell’attuazione. Il rischio, documentato dal rapporto, è che queste norme diventino dichiarazioni di principio senza artigli. O peggio, che generino aspettative nelle comunità locali destinate a essere deluse, erodendo la fiducia negli strumenti giuridici stessi.

Non bastano le leggi: serve pressione dal basso

Alla fine, la domanda è: chi difende davvero i fiumi? Lo studio che ha messo a confronto Atrato, Whanganui e Turag indica una strada che non passa dagli studi legali ma dalla capacità di azione concreta dei guardiani e dalla spinta della società civile. Senza fondi regolari, senza un coordinamento vero tra livelli di governo e senza un controllo diffuso che parta da chi vive sul territorio, i diritti dei fiumi restano esercizi retorici. Il cittadino che legge queste storie può aspettarsi progressi reali solo quando vedrà nascere, accanto a ogni sentenza, un sistema di monitoraggio accessibile, risorse certe e canali per segnalare abusi che funzionino senza dover aspettare mesi di udienze. La lezione dell’Atrato è semplice e amara: una sentenza storica non salva un fiume da sola. L’impegno quotidiano di comunità e istituzioni è l’unica garanzia che i diritti non restino una promessa vuota.