La sospensione della collaborazione scientifica con Israele arriva mentre l’Europa affronta la sua estate più calda mai registrata

L’8 luglio scorso, l’Osservatorio Fabra di Barcellona ha registrato 40,5°C: la temperatura più alta in oltre un secolo di dati. Nelle settimane intorno a quel dato, un’ondata di caldo ha attraversato il continente spingendo i termometri a livelli record, mettendo a dura prova le reti elettriche, interrompendo i trasporti e costringendo i governi a emettere avvisi di salute pubblica. Circa due settimane prima, tra il 22 e il 28 giugno, secondo una valutazione rapida dell’Organizzazione mondiale della sanità l’Europa aveva contato circa 10.650 morti in eccesso. E mentre tutto questo accadeva, a Bruxelles restava in sospeso la partecipazione di Israele a Horizon Europe, il programma di ricerca e innovazione dell’Unione. Non è una coincidenza: è il cuore del problema.

Il caldo non è solo una questione di gradi. Si paga in vite umane, in blackout, in reti che cedono. Ed è esattamente il momento in cui l’Europa avrebbe bisogno di più ricerca, più collaborazione scientifica, più dati. Non di meno.

Un giugno fuori scala, un record dopo l’altro

Quei 40,5°C non sono un episodio isolato. Secondo i dati di WMO e Copernicus, lo scorso giugno è stato il più caldo mai registrato in Europa occidentale, con una temperatura media di 20,74°C, 3,05°C sopra la media 1991-2020. Il precedente record per il mese di giugno era stato stabilito appena un anno prima, nel giugno 2025: non siamo davanti a un’estate anomala, ma a un’accelerazione che non si ferma.

L’impatto immediato è sistemico. L’aria condizionata, la prima difesa contro il caldo estremo, è essa stessa una fonte di pressione: mette a dura prova le reti elettriche durante le ondate di caldo, in un circolo vizioso in cui raffreddare gli edifici rischia di spegnere la rete. Ed è qui che i numeri del termometro cominciano a trasformarsi in qualcos’altro: vite perse, servizi compromessi, accesso alle cure ridotto.

10.650 morti in una settimana: il paradosso della rete che cede

Tra il 22 e il 28 giugno, sono stati stimati circa 10.650 decessi in eccesso in Europa, di cui oltre 9.000 tra adulti con 65 anni o più. La valutazione rapida dell’OMS è diretta: l’ondata di caldo ha contribuito a impatti sanitari gravi, inclusi decessi legati al caldo.

Il dato più paradossale, però, è un altro. Le interruzioni di corrente possono compromettere il raffreddamento, le apparecchiature mediche e le operazioni sanitarie; lo stress idrico può influire su idratazione, igiene e accesso al raffreddamento; le interruzioni dei trasporti possono limitare l’accesso all’assistenza sanitaria, ai centri di raffreddamento e al supporto sociale. In altre parole, il caldo estremo non uccide solo per la temperatura. Uccide perché a un certo punto smette di funzionare tutto ciò che dovrebbe proteggerci. Ed è questo il genere di problema che la ricerca scientifica può aiutare a prevedere, modellare, mitigare.

Se il prezzo è così alto, viene da chiedersi perché l’Europa stia tenendo in sospeso proprio gli strumenti che potrebbero aiutare a capirlo.

Horizon Europe sospeso: tagliare la ricerca mentre il continente brucia

La contraddizione non sta solo nei termometri, ma nei corridoi di Bruxelles. Nel 2021, Israele è diventato paese associato a Horizon Europe, consentendo ai suoi ricercatori e alle sue organizzazioni di partecipare a condizioni di parità con gli Stati membri dell’UE. Poi, nel luglio 2025 — ormai un anno fa — la Commissione europea ha proposto una sospensione parziale dell’associazione: ovvero la chiusura, anche solo parziale, del principale canale di cooperazione scientifica su clima ed energia tra l’Unione e Israele.

La proposta nasce da un contesto geopolitico che non riguarda il clima. Ma l’effetto collaterale è evidente: l’Europa ha bisogno di dati, modelli, tecnologie per affrontare ondate di caldo che si ripetono con frequenza crescente, e tiene in sospeso la collaborazione proprio su quel fronte. David Harel, autorevole esponente della scienza israeliana, ha definito l’eventuale espulsione di Israele da Horizon Europe come “quasi una condanna a morte per la scienza israeliana”. Ma il prezzo di una sospensione non lo pagherebbe solo Israele: lo pagherebbe anche l’Europa, in termini di ricerca che non verrà fatta, di esperimenti che non partiranno, di soluzioni che arriveranno troppo tardi.

La sospensione non è definitiva. Ma il segnale è già stato inviato. L’estate 2026, con i suoi record e i suoi morti, non ha cambiato la traiettoria: ha solo reso più esplicito il costo di quella traiettoria.

Resta una domanda scomoda: l’Europa può permettersi di indebolire la ricerca sul clima proprio mentre i suoi ospedali e le sue reti cedono sotto il caldo? Per ora la risposta è sospesa, insieme a Horizon Europe.