Tra i 61.672 morti del 2022 e un mercato in crescita, l’Africa resta divisa tra efficienza e protezione.
L’estate 2026 è iniziata così: un post su X, generato da un chatbot e rilanciato dall’economista Noah Smith, dall’amministratore delegato di Stripe Patrick Collison e infine da Elon Musk — che l’ha definito «un colpo da maestro» — ha sentenziato che gli europei dovrebbero semplicemente installare l’aria condizionata, perché «l’approccio americano all’estate era corretto fin dall’inizio». Il post ha raggiunto quasi 20 milioni di visualizzazioni. All’inizio di luglio, il giorno dopo il record di calore in Germania, Marc Bernhard, portavoce per l’edilizia di Alternative für Deutschland, ha dichiarato che l’AfD avrebbe impedito che i cittadini venissero «sacrificati sull’altare» dell’ideologia climatica, a partire dalle valutazioni di efficienza energetica. Due frasi che, da sponde opposte, raccontano la stessa crepa: quella di un continente che, come emerge da un’analisi di Carbon Brief sul dibattito globale dell’aria condizionata, fatica a tenere insieme ambizione verde e protezione dei corpi. Ma dietro le parole, ci sono i morti.
61.672 morti e un pianeta che si scalda: la bolletta umana
Quando il termometro sale, i numeri diventano persone. Nell’estate del 2022, secondo i dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, in Europa si sono verificati circa 61.672 decessi in eccesso legati al caldo. È un bilancio che quasi eguaglia quello del 2003, quando 70.000 persone morirono tra giugno e agosto per l’ondata di calore che investì il continente. Due estati, a distanza di quasi vent’anni, raccontano la stessa storia: l’Europa si scalda e uccide, ma il dibattito pubblico resta bloccato sul fronte simbolico dell’efficienza energetica, come se isolare meglio gli edifici in inverno potesse bastare a proteggere chi muore d’estate.
Non è una questione soltanto europea. Solo il 15% dei 3,5 miliardi di persone che vivono in regioni con temperature elevate possiede un condizionatore, secondo una ricostruzione del Guardian sulla guerra culturale dell’aria condizionata. Il dato disegna una disuguaglianza termica che spacca il pianeta: da un lato l’Occidente climatizzato, dall’altro i tropici che si scaldano senza difese. E uno studio pubblicato su Nature Communications proietta uno scenario ancora più duro: entro il 2050, fino a 4 miliardi di persone potrebbero non avere accesso a un impianto di raffrescamento. Nello stesso arco di tempo, la quota di famiglie con un condizionatore residenziale potrebbe salire dal 27% al 41% a livello globale, con un possibile raddoppio del consumo di elettricità per il raffrescamento domestico. Tradotto: anche dove l’accesso crescerà, lo farà in modo diseguale, concentrato nei Paesi che possono permettersi sia gli apparecchi sia l’energia per farli funzionare.
E intanto, chi decide? La domanda è scomoda perché mescola disuguaglianza, politica e un interrogativo che in Europa suona quasi blasfemo: l’aria condizionata è un lusso o un diritto?
L’altare verde e il mercato del raffrescamento
La politica trasforma i decessi in ideologia, e l’industria fiuta l’affare. L’Agenzia Internazionale dell’Energia prevede che il numero di condizionatori nel sud-est asiatico aumenterà di nove volte tra il 2020 e il 2040. Una moltiplicazione che renderà presto marginale il dibattito europeo sull’efficienza degli edifici: il grosso della crescita della domanda elettrica per raffrescamento arriverà da regioni dove il reddito medio è una frazione di quello tedesco o francese, e dove nessun regolamento edilizio potrà fermare chi avrà abbastanza soldi per comprarsi un condizionatore. Non è un caso che l’88% delle famiglie statunitensi utilizzi l’aria condizionata — il 66% con sistemi centralizzati — secondo i dati dell’Energy Information Administration. Un confronto che rende quasi caricaturale la posizione di chi, in Europa, continua a trattare il condizionatore come un vizio americano invece che come un’infrastruttura di sopravvivenza.
La dichiarazione di Bernhard ha il pregio involontario di mettere a nudo il nodo: le resistenze europee all’aria condizionata non sono solo culturali. Sono il prodotto di un quadro normativo che per decenni ha privilegiato l’isolamento termico invernale e ha trattato il raffrescamento attivo estivo come un optional, quando non come uno spreco. Ma mentre Bruxelles aggiorna le direttive sull’efficienza energetica degli edifici, il mercato globale del raffrescamento corre, trainato da un’Asia che non ha il lusso di potersi permettere un dibattito filosofico. Fino a che punto l’Europa potrà permettersi di non scegliere tra il dogma dell’efficienza e la realtà dei corpi che cedono al caldo?
Per chi suona il condizionatore? L’Europa è nel mezzo, tra un mondo che si raffredda con l’energia e uno che ne fa a meno morendo.




