Le nuove linee guida del Codex Alimentarius ancorano le diciture a soglie di rischio scientifiche
Il dilemma dell’etichetta “può contenere”
Le allergie alimentari riguardano circa il 4,3% della popolazione mondiale, secondo i dati diffusi dalla FAO. Non stiamo parlando di una nicchia: sono decine di milioni di persone che ogni giorno devono decifrare diciture come «può contenere tracce di…» senza sapere esattamente cosa significhino. Il problema è che l’uso di queste etichette precauzionali varia in modo considerevole da prodotto a prodotto e da paese a paese, e in molte parti del mondo resta del tutto privo di regolamentazione.
Per un’azienda alimentare, scrivere «può contenere» è spesso una scialuppa di salvataggio: meglio avvisare anche quando il rischio è minimo, per evitare cause legali. Per un consumatore allergico, però, quella scritta diventa un vicolo cieco. Se compare su troppi prodotti, si finisce per ignorarla; se non compare, non si ha la certezza che il prodotto sia davvero sicuro. Ma da dove nasce questa confusione? E come si può risolvere?
La scienza dietro le nuove regole
La risposta arriva da un lungo lavoro scientifico internazionale, cominciato ben prima che il tema finisse sotto i riflettori. Già nel maggio 2019, il Codex Committee on Food Labelling — l’organismo che detta gli standard globali per l’etichettatura degli alimenti — aveva concordato di rivedere le disposizioni sull’etichettatura degli allergeni, come documentato nella posizione della FSA britannica. Non si è trattato di un annuncio isolato, ma del punto di partenza di un percorso strutturato. Tra il 2020 e il 2023, sono state convocate sette consultazioni congiunte di esperti FAO-OMS con l’obiettivo di costruire un quadro scientifico condiviso per la valutazione del rischio degli allergeni alimentari.
Il risultato di quegli anni di lavoro è confluito nelle linee guida definitive del Codex Alimentarius, adottate durante la 49ª sessione della Commissione a Ginevra lo scorso novembre. Per la prima volta, esiste un riferimento internazionale che stabilisce come e quando usare le etichette precauzionali, ancorandole a soglie di rischio basate su evidenze scientifiche e non sul principio di cautela indiscriminata. Non è un terremoto, ma un cambio di metodo: non si tratta più di segnalare un pericolo vago, ma di comunicare un rischio misurato.
Con un quadro condiviso, ora la palla passa ai legislatori nazionali. Quando vedremo etichette armonizzate nei supermercati?
Cosa aspettarsi (e quando)
L’adozione delle linee guida Codex non è un punto di arrivo, ma di partenza. Il Codex Alimentarius fissa standard riconosciuti a livello internazionale, ma sono i singoli paesi o blocchi regionali a doverli recepire nei propri regolamenti. E qui le velocità cambiano. L’Unione Europea ha già tracciato la sua tabella di marcia: l’adozione di una regolamentazione armonizzata sull’etichettatura precauzionale degli allergeni è prevista per il quarto trimestre del 2027. Dall’altra parte dell’Atlantico, la FDA statunitense e la FSA britannica stanno valutando l’adozione delle soglie raccomandate dal Codex, ma senza ancora annunciare scadenze precise.
Questo significa che, per almeno un altro anno e mezzo, le etichette continueranno a parlare lingue diverse a seconda di dove vi trovate. Un biscotto prodotto in Italia potrebbe riportare una dicitura precauzionale diversa dallo stesso biscotto venduto negli Stati Uniti, anche se il rischio di contaminazione è identico. La buona notizia è che la direzione è segnata, e questa volta c’è una base scientifica comune a sostenerla.
Le etichette più chiare arriveranno, ma ci vorrà ancora qualche anno. Nel frattempo, sapere che dietro quelle diciture c’è un lavoro scientifico solido può aiutare a fare scelte più consapevoli.




