L’espansione dei data center per l’AI ha fatto esplodere le emissioni, nonostante i successi su acqua e plastica

Un aumento del 25 per cento delle emissioni in un solo anno. È il prezzo della corsa all’intelligenza artificiale, e Microsoft lo paga mentre continua a ripetere di voler diventare carbon negative entro il 2030. Il dato arriva direttamente da l’ultimo rapporto di sostenibilità ambientale pubblicato dall’azienda nelle scorse settimane, un documento che celebra traguardi significativi su acqua e plastica proprio mentre il fronte climatico peggiora in modo clamoroso.

Il paradosso Microsoft: meno plastica, più CO₂

Nell’anno fiscale 2025, i cui conti si sono chiusi lo scorso 30 giugno 2025, le emissioni totali di Microsoft – includendo gli Scope 1, 2 e 3, quindi tutte le emissioni dirette, quelle legate ai consumi elettrici e l’intera filiera – sono cresciute del 25 per cento su base annua. Un’accelerazione che non ha equivalenti nella storia recente dell’azienda di Redmond e che stride con ogni promessa fatta finora sul clima. Eppure, nello stesso periodo, Microsoft ha raggiunto obiettivi che qualunque multinazionale esibirebbe con orgoglio: ha reintegrato più acqua di quanta ne abbia prelevata a livello globale, superando i 14 milioni di metri cubi restituiti ai bacini idrici, e alla fine del 2025 ha eliminato quasi tutta la plastica monouso dagli imballaggi primari dei prodotti, riducendo la quota residua a un risibile 0,07 per cento.

È esattamente qui che il racconto si spezza in due. Da un lato c’è un’azienda capace di chiudere la partita sugli imballaggi – un lavoro certosino, che richiede anni di riprogettazione industriale e rapporti con migliaia di fornitori – e di invertire il segno del proprio bilancio idrico. Dall’altro c’è la stessa azienda che, nel momento in cui accelera sull’infrastruttura per l’intelligenza artificiale, vede le proprie emissioni esplodere senza riuscire a contenerle. Come ha notato la testata specializzata ESG Dive, l’espansione dei data center è stata la causa diretta di quel 25 per cento in più. E i data center sono esattamente ciò che serve per addestrare modelli sempre più grandi e per offrire servizi di AI generativa a milioni di utenti. Non un imprevisto, quindi, ma la conseguenza prevedibile di una scelta industriale.

La contraddizione non è solo contabile. È il sintomo di una tensione più ampia, che attraversa tutto il settore tecnologico: si possono davvero conciliare gli impegni climatici con una crescita che divora energia a ritmi mai visti prima? Microsoft è un caso isolato o sta semplicemente dicendo ad alta voce ciò che tutti gli altri stanno vivendo? I numeri dei concorrenti, del resto, suggeriscono che di isolato ci sia ben poco.

La corsa all’AI: tutti inquinano, nessuno molla

Basta guardare ai numeri dei rivali per capire che l’intero settore sta vivendo la stessa tensione, con intensità diverse ma con una traiettoria comune. Google ha riportato, nel suo rapporto ambientale del 2026, un aumento delle emissioni del 18 per cento nel 2025. Un dato già preoccupante di per sé, ma che diventa allarmante se lo si confronta con la linea di partenza: secondo quanto riportato da ESG Dive, le emissioni di Google sono oggi superiori dell’81 per cento rispetto al livello di base del 2019. In sei anni l’impronta climatica dell’azienda di Mountain View è quasi raddoppiata. E questo malgrado Google abbia anche ridotto le emissioni operative del 2 per cento grazie a interventi di efficienza energetica: un piccolo segnale in controtendenza che però non basta nemmeno lontanamente a compensare l’impatto della crescita complessiva.

Anche Amazon, che pure non pubblicizza i propri impegni climatici con la stessa enfasi comunicativa di altre big tech, mostra una dinamica analoga: le sue emissioni sono aumentate del 16 per cento nel corso del 2025. Tre colossi, tre aumenti a doppia cifra nello stesso anno. La corsa all’intelligenza artificiale non è una metafora: è un’industria che sta costruendo infrastrutture fisiche, enormi edifici pieni di server che consumano elettricità giorno e notte, e che al momento non possono fare a meno di fonti fossili per restare accesi. Chiunque vinca la competizione tecnologica, il pianeta sta già perdendo.

La giustapposizione tra i successi operativi – Microsoft che chiude il cerchio sull’acqua e sulla plastica, Google che lima le emissioni operative – e il fallimento sul fronte delle emissioni totali non è casuale. È una fotografia esatta del momento che il settore tecnologico sta attraversando. Si fanno progressi laddove l’innovazione si può applicare all’efficienza dei processi esistenti; si arretra laddove la crescita volumetrica schiaccia qualunque guadagno marginale. E l’AI è esattamente questo: crescita volumetrica pura, con un fabbisogno energetico che non ha precedenti nella storia dell’informatica.

Carbon negative entro il 2030: l’impegno e la realtà

Microsoft si è impegnata a diventare carbon negative entro il 2030 – cioè a rimuovere dall’atmosfera più carbonio di quanto ne emetta – e ha promesso che entro il 2050 cancellerà tutta l’impronta storica accumulata dalla fondazione dell’azienda, nel 1975, fino a oggi. Impegni sottoscritti nel 2020, quando l’intelligenza artificiale generativa non era ancora sul radar della grande industria e i data center non crescevano a questi ritmi. Oggi, con un +25 per cento in un solo anno fiscale e con tutti i competitor che registrano dinamiche analoghe, quelle scadenze iniziano a sembrare lontanissime. Non perché manchi la volontà – probabilmente sincera – di chi li ha annunciati, ma perché la fisica dell’energia e la velocità della crescita industriale stanno andando in direzione ostinatamente contraria.

La domanda che resta aperta, e che i rapporti di sostenibilità non possono eludere ancora a lungo, è se abbia ancora senso parlare di obiettivi al 2030 e al 2050 quando ogni anno che passa allontana il traguardo invece di avvicinarlo. Davanti a un’intelligenza artificiale che divora energia e a un settore che non può permettersi di rallentare, gli impegni climatici dei giganti tech sono ancora credibili, o soltanto l’ennesimo costoso esercizio di greenwashing?