Il dato arriva dall’indicatore ufficiale di Bruxelles, mentre la nuova legge sulla circolarità è attesa per l’autunno 2026

Già nel 2024, nell’Unione europea, appena 12,2 materiali su 100 erano riciclati. Lo certifica l’Agenzia europea dell’ambiente. Significa che quasi 88 materiali su 100 continuano a essere vergini, estratti, consumati e buttati. Eppure la Commissione europea sta preparando una legge sull’economia circolare che promette di ridisegnare il mercato unico dei materiali riciclati. Il testo è atteso per l’autunno 2026.

La distanza tra l’ambizione normativa e la realtà dei numeri è abissale. E non è solo questione di decimali: è la spia di un’economia che, nonostante anni di direttive, regolamenti e comunicazioni, resta ostinatamente lineare. Prendi, produci, consumi, butti. Il cerchio non si chiude.

Il peso di quel 12,2%

La cifra è scomoda. Non arriva da un rapporto marginale ma dall’indicatore ufficiale sul tasso di utilizzo circolare dei materiali, aggiornato dall’Agenzia europea dell’ambiente. È il parametro con cui Bruxelles stessa misura i progressi verso un’economia che recupera, ripara, riutilizza.

Il problema è che quel 12,2% non è un’anomalia recente: è un dato strutturale. Già nel 2025, l’Unione aveva cominciato a monitorare le esportazioni di rottame ferroso proprio per trattenere una risorsa che rischiava di finire altrove. E dal luglio 2024 è in vigore il regolamento sull’ecodesign (ESPR), che dovrebbe spingere i produttori a progettare beni più durevoli e riparabili. Due tasselli di un mosaico che però non ha ancora un disegno chiaro.

La legge in arrivo dovrebbe mettere ordine: mercato unico dei materiali riciclati, regole comuni, incentivi. Ma basterà? La domanda non è retorica. Traduciamo quel 12,2% in un’immagine: su cento mattoni con cui costruisci l’economia europea, solo dodici vengono dal passato. Gli altri 88 li prendi dalla terra. Una legge, da sola, non scava nuove miniere urbane.

Lobby in trincea e posti di lavoro promessi

Mentre la Commissione scrive, le aziende non stanno a guardare. Lo scorso maggio, un gruppo di imprese — tra cui LEGO Group, SAP e TOMRA — ha firmato una lettera congiunta indirizzata alle istituzioni europee. La richiesta: una legge forte, con riforme dell’IVA, requisiti di appalti pubblici circolari e incentivi economici che rendano i modelli di business circolari competitivi rispetto a quelli lineari.

Non è un dettaglio. Oggi, per un’azienda, è spesso più conveniente usare materia prima vergine che materiale riciclato. Il motivo è semplice: il prezzo del primo non incorpora i costi ambientali, mentre il secondo sconta costi di raccolta, selezione e trattamento. Le imprese chiedono di correggere questa asimmetria. E lo fanno con nomi che pesano: non piccole startup green ma multinazionali che di conti economici ne capiscono.

La Commissione, dal canto suo, punta anche sull’occupazione, evidenziando la creazione di posti di lavoro in settori come la rigenerazione, la manutenzione, il riciclo e la riparazione. Secondo i calcoli delle parti sociali europee, riportati dalla Confederazione europea dei sindacati, la transizione circolare potrebbe generare tra 250.000 e 700.000 nuovi posti di lavoro nell’UE entro il 2030. Un aumento compreso tra lo 0 e il 2% dell’occupazione totale.

Sulla carta, sono numeri che fanno gola a qualsiasi governo. Nella pratica, la forbice è talmente ampia — 450.000 posti di differenza tra la stima bassa e quella alta — da suggerire che nessuno sappia davvero cosa succederà. Dipenderà da quanto la legge sarà vincolante, da quali incentivi verranno messi in campo, da come reagiranno i mercati. Tre incognite su tre.

Dietro le imprese che spingono, però, c’è anche un problema di rappresentanza. Il movimento per l’economia circolare è raccontato spesso come un blocco compatto. Non lo è. Da una parte ci sono i grandi gruppi che hanno già investito in filiere del riciclo e vogliono regole che valorizzino quegli investimenti. Dall’altra ci sono settori — come l’imballaggio monouso o il tessile a basso costo — per cui la circolarità resta una minaccia più che un’opportunità. La legge dovrà tenere insieme interessi contraddittori, e non è detto che ci riesca.

E la sostenibilità sociale?

Proprio sul fronte sociale, però, la legge potrebbe nascere monca. L’ESPR — il regolamento sull’ecodesign già in vigore — non include requisiti di sostenibilità sociale. La Commissione europea si è impegnata a esaminare i potenziali benefici di una loro inclusione, ma solo entro giugno 2028. È una data lontana, e non è un obbligo di risultato: è un esame. Nel frattempo, la legge sull’economia circolare rischia di avanzare senza agganciare le condizioni di lavoro alla sostenibilità dei materiali.

Il tema non è astratto. Il riciclo, in molti paesi europei, è fatto da lavoratori con basse tutele, contratti precari, salari minimi. La riparazione — tanto celebrata nei documenti ufficiali — è spesso artigianato sottopagato o, peggio, lavoro informale. Se l’economia circolare cresce senza standard sociali, si rischia di costruire un sistema ambientalmente virtuoso ma socialmente ingiusto. Un paradosso che nessuno, a Bruxelles, sembra avere fretta di affrontare.

Non è un caso isolato. La Green European Foundation, in un policy brief che ha ispirato il dibattito più recente, parla di una «visione trasformativa» dell’economia circolare: non basta chiudere il cerchio dei materiali, bisogna cambiare il modo in cui si produce e si lavora. Ma tra la visione e la legge, il passo è lungo. E il rinvio al 2028 sull’ESPR è il sintomo di una politica che sul sociale preferisce prendere tempo.

Quando la legge arriverà, in autunno, la vera domanda non sarà se è ambiziosa, ma se qualcuno è davvero pronto a cambiare marcia. Perché quel 12,2% non è solo una statistica: è il termometro di un’economia che parla circolare ma cammina lineare. E le leggi, da sole, non bastano a invertire la rotta.