Il tasso di disoccupazione è passato dal 5,1 al 18,3 per cento in cinque anni
Nel Kashmir amministrato dall’India il tasso di disoccupazione è al 18,3 per cento. Appena cinque anni fa, nell’anno fiscale 2018-2019, era al 5,1 per cento, secondo i dati del Ministero indiano della Statistica. Nello stesso territorio, stando a rilevazioni condotte nel 2025, oltre mezzo milione di giovani ha dichiarato di voler avviare un’attività in proprio. I due numeri, letti in sequenza, producono una domanda scomoda: cosa si sta rompendo nel passaggio tra l’aspirazione e l’occupazione reale? La vicenda di Haroon, un laureato in fisica che ha aperto un’unità di vermicompost a Laribal, nel distretto di Pulwama, offre qualche indizio. E solleva più interrogativi di quanti ne risolva.
L’illusione del traino istituzionale
La retorica dell’imprenditoria giovanile, in Kashmir, poggia su un paradosso che i numeri si incaricano di smontare con una certa precisione. Da un lato c’è la platea potenziale: oltre mezzo milione di ragazzi e ragazze che, almeno a parole, vorrebbero mettersi in proprio. Dall’altro c’è la fotografia di un’economia in cui quasi la metà di chi già lavora è un lavoratore autonomo — un dato che non segnala dinamismo, ma piuttosto l’assenza di alternative. Lo si legge nello stesso rapporto: la metà degli occupati in Kashmir è fatta di micro-attività nate più per necessità che per vocazione, spesso sottocapitalizzate e senza rete di protezione. Non è l’immagine di un ecosistema che fiorisce: è il sintomo di un mercato del lavoro che non assume.
A questo si aggiunge la traiettoria della disoccupazione ufficiale. Il passaggio dal 5,1 per cento del 2018-2019 al 18,3 per cento rilevato alla fine del 2024 è di quelli che dovrebbero accendere allarmi in qualsiasi ministero dello Sviluppo economico. E invece i programmi pubblici di sostegno all’autoimprenditorialità — si parli di schemi per l’agricoltura, di incentivi una tantum, di bandi regionali — continuano a essere raccontati come la risposta. Il problema è che tra l’annuncio e l’assegno, tra il corso di formazione e il primo cliente pagante, il vuoto resta enorme. La domanda che i numeri pongono è elementare: se quasi un lavoratore su due è già autonomo e la disoccupazione continua a salire, che spazio c’è davvero per altre centinaia di migliaia di micro-iniziative? Detto altrimenti: stiamo spingendo una generazione verso un binario morto, chiamandolo «opportunità».
E in questo scenario, qualcuno ha deciso di non aspettare le soluzioni calate dall’alto.
Il laureato in fisica che ha scommesso sui vermi
Haroon viene da Laribal, una località del Pulwama. Ha una laurea in fisica. Circa quattro mesi fa — era la primavera del 2026 — ha fondato un’unità di produzione di vermicompost, un fertilizzante organico ottenuto con i lombrichi. L’impianto, per quanto piccolo, ha già creato lavoro per diversi giovani della zona. Non è una storia isolata: un altro giovane imprenditore a Ladibal, nella vicina Kakapora, ha messo in piedi un progetto analogo e oggi dà impiego a dieci persone.
Dieci posti di lavoro, nel silenzio delle statistiche regionali, non fanno notizia. Ma il meccanismo che li ha generati merita attenzione. Haroon non ha partecipato a un bando, non ha atteso l’esito di un programma governativo: ha investito su una nicchia — l’agricoltura biologica — che in Kashmir ha radici profonde anche se poca visibilità istituzionale. Basta riavvolgere il nastro fino al 1996, quando Abdul Ahad Lone, durante un viaggio in treno da Mumbai al Kashmir, incontrò un agricoltore biologico del Sikkim. Da quella conversazione nacque una delle prime esperienze strutturate di agricoltura senza chimica nella valle. Oggi Lone è un punto di riferimento, ma il suo percorso — quasi trent’anni di tentativi, errori e assenza di politiche dedicate — racconta quanto sia fragile il confine tra il pioniere che ce la fa e quello che scompare nel silenzio.
La differenza, per Haroon, potrebbe farla la tempistica. Il mercato dei fertilizzanti organici sta crescendo, la domanda esiste, e il passaparola tra agricoltori funziona più di qualsiasi sportello informativo. L’unità di Laribal ha già clienti, i dieci ragazzi di Ladibal hanno uno stipendio. Ma il salto dimensionale — da micro-iniziativa a filiera strutturata — richiede capitali, logistica, accesso ai mercati extra-locali. Cose che un laureato in fisica, da solo, può immaginare ma difficilmente costruire. Resta da capire se queste isole di iniziativa privata possano diventare sistema, o se resteranno eccezioni in un deserto di opportunità.
E ora?
Nonostante la spinta dal basso, il dato di partenza rimane inchiodato lì: 18,3 per cento di disoccupazione. E il fatto che quasi un occupato su due sia già un lavoratore autonomo suggerisce che spingere ancora sull’autoimprenditorialità senza cambiare le condizioni strutturali — credito, infrastrutture, sbocchi commerciali — equivale a gonfiare una bolla di aspettative destinata a scoppiare. Il vermicompost dà lavoro a dieci persone, ed è una notizia. Ma il Kashmir ha bisogno di decine di migliaia di posti, non di decine. La domanda per chi governa, a Srinagar come a Delhi, è tutta qui: i programmi di sviluppo agricolo riusciranno mai a moltiplicare queste storie, o il caso di Haroon resterà l’ennesima eccezione che conferma la regola del fallimento occupazionale?
Per ora, mentre Haroon e i suoi primi dipendenti smistano lombrichi e controllano l’umidità dei cumuli, nessuno ha una risposta. Di certo ce l’hanno i numeri: e non sono rassicuranti.




