L’Ue importa il 74% dei mangimi proteici, nonostante un surplus commerciale da 37 miliardi

La scommessa del 35%

L’obiettivo è scolpito in una percentuale: portare la quota di proteine da semi oleosi e colture proteiche prodotte nell’UE e destinate ai mangimi animali dal 25,8% attuale al 35% entro il 2035. Un salto di quasi dieci punti in poco più di un decennio. Bruxelles lo presenta come il pilastro di una ritrovata sovranità alimentare, la risposta a un’anomalia che dura da troppo tempo: l’Europa importa il 74% dei mangimi ad alto contenuto proteico che utilizza. Soia brasiliana, colza ucraina, girasole argentino. Materie prime che arrivano da mercati lontani e che trasformano ogni scossone geopolitico in un rischio concreto per le stalle europee.

L’annuncio arriva in un momento di apparente forza del settore. Nel 2025 le esportazioni di prodotti animali hanno raggiunto 53 miliardi di euro, a fronte di importazioni ferme a 16 miliardi. Un attivo commerciale di 37 miliardi che farebbe invidia a molti comparti manifatturieri. Ma dietro la percentuale si cela una realtà fatta di numeri scomodi, che il target da solo non può nascondere.

La realtà dietro i numeri

Per capire la portata della sfida basta incrociare i dati. Il settore zootecnico europeo, stando a quanto riportato dalla Commissione, dà lavoro a circa 7 milioni di posti di lavoro lungo una filiera che conta 4 milioni di aziende agricole. Un’occupazione diffusa, radicata nei territori, spesso l’unica forma di economia attiva in aree marginali. Eppure questa macchina da 400 miliardi, capace di generare un surplus commerciale di decine di miliardi, ha un punto debole che la rende strutturalmente fragile: la quasi totalità delle proteine necessarie per nutrire gli animali arriva da fuori.

Le conseguenze non sono teoriche. La stessa Commissione riconosce che molte aziende agricole dipendono da mangimi importati ad alto contenuto proteico, esponendo le catene di approvvigionamento a shock geopolitici e di mercato. Un’interruzione delle forniture, un’impennata dei prezzi, una tensione diplomatica con i paesi fornitori: qualunque di questi eventi può trasformare la gestione quotidiana di una stalla in un’emergenza economica. E il paradosso è che mentre l’Europa si preoccupa di blindare le proprie scorte di proteine vegetali, il calo del numero di capi di bestiame dal 2005 è già una tendenza consolidata. Meno animali, ma la dipendenza dalle importazioni non è diminuita. Anzi.

Chi vince e chi perde nella transizione proteica

La scommessa del 35% non è solo agricola. È politica, economica e sociale. Da un lato ci sono gli allevatori, che già operano con margini ridotti e che vedrebbero un aumento del costo dei mangimi se le proteine domestiche – più care da produrre, almeno nella fase iniziale – sostituissero quelle importate a basso costo. Dall’altro ci sono le opportunità per chi coltiva soia, pisello proteico, favino, girasole. Superfici oggi marginali che potrebbero diventare strategiche. E poi ci sono i consumatori, che alla fine del processo potrebbero trovare nel carrello carni e latticini con un prezzo più alto o, al contrario, beneficiare di filiere più corte e trasparenti.

Il punto è che il target del 35% arriva in un momento in cui il settore è già sotto pressione. La riduzione del numero di capi, in corso da vent’anni, non è stata accompagnata da un rafforzamento dell’autonomia proteica. Significa che la transizione va fatta con gli allevatori che restano, non con un comparto in espansione. E questo cambia i calcoli: meno animali significano meno mangimi in valore assoluto, ma se la quota domestica deve salire, la produzione interna di proteine deve comunque crescere molto più di quanto non farebbe seguendo la semplice domanda di mercato. Serviranno investimenti, incentivi, forse un ripensamento delle rotazioni colturali che oggi privilegiano i cereali.

Resta da vedere se Bruxelles sarà capace di proteggere i suoi allevatori senza scaricare il conto sui cittadini, o se il target resterà l’ennesimo numero su un documento strategico. Di piani per ridurre la dipendenza proteica l’Unione Europea ne ha visti diversi, negli ultimi vent’anni. Nessuno ha mai scalfito davvero quel 74% di importazioni. La differenza, questa volta, potrebbe farla la consapevolezza che la vulnerabilità non è più un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, ma la crepa attraverso cui può sgretolarsi un’intera filiera da 400 miliardi.

Cosa succederà davvero nelle stalle europee mentre Bruxelles insegue la sua quota di proteine? La risposta non sta nella percentuale scritta nel piano, ma nei bilanci di chi ogni giorno deve comprare mangime e sperare che il prezzo della soia non sia impazzito durante la notte.