Il programma punta a verificare le pratiche con indicatori misurabili su suolo e acqua

«Rigenerativo» è diventata la parola d’ordine dell’agroalimentare globale, ma senza una metrica condivisa rischia di restare un’etichetta vuota, buona per i report di sostenibilità e inutile nei campi. La scorsa primavera, il 19 maggio, quaranta grandi aziende alimentari hanno messo nero su bianco un impegno che a prima vista sembra l’ennesimo comunicato di intenti. A firmare la dichiarazione congiunta ci sono nomi come Mondelēz International, ADM, Unilever, FrieslandCampina, Carlsberg e Diageo, secondo quanto riportato da FoodNavigator. Tutti schierati a sostegno del programma Regenerating Together (RTP) della Sustainable Agriculture Initiative, la piattaforma nota come SAI. Ma la notizia vera non sono le quaranta firme, né la lista di multinazionali coinvolte: è ciò che sta sotto il cofano di questo accordo, un meccanismo che per la prima volta tenta di portare l’agricoltura rigenerativa fuori dal marketing e dentro un sistema di verifica misurabile.

La spina dorsale nascosta: verifica e benchmark

Il programma Regenerating Together introduce un elemento che finora mancava in modo sistematico nel dibattito sull’agricoltura rigenerativa: una guida per la verifica e il benchmarking indipendenti di terze parti. Non è un dettaglio tecnico per addetti ai lavori, è il punto architetturale che separa un manifesto ben scritto da uno standard operativo. Fino a ieri, chiunque poteva dichiarare «rigenerativo» il proprio grano o il proprio mais senza doverlo dimostrare con indicatori confrontabili tra un’azienda e l’altra. Ora il framework RTP stabilisce una serie di indicatori, outcome e aree d’impatto — salute del suolo, gestione dell’acqua, resilienza climatica, biodiversità — mantenendo al contempo la flessibilità necessaria per adattarsi ai contesti locali.

Il cuore tecnico è questo: per la prima volta esiste una struttura pensata per far sedere un verificatore esterno al tavolo e misurare, con parametri omogenei, se le pratiche dichiarate producono risultati reali. Non si tratta di una certificazione calata dall’alto — SAI Platform è un’organizzazione non profit che riunisce più di 190 membri lungo tutta la filiera, dagli agricoltori ai rivenditori, passando per partner accademici e ONG. È un consorzio orizzontale, non un ente regolatore. E questo è insieme il suo punto di forza e il suo limite: può costruire consenso e linee guida, ma non ha potere sanzionatorio. La domanda aperta è se basterà uno standard di questo tipo a scuotere un’industria che in passato ha mostrato una certa familiarità con le certificazioni di comodo, quelle che costano poco e dimostrano ancora meno.

Un percorso lungo vent’anni

Questa architettura di verifica non è nata dal nulla. Affonda le radici in un lavoro intersettoriale cominciato quando l’agricoltura rigenerativa non era ancora nei comunicati stampa delle multinazionali. SAI Platform è stata fondata nel 2002 da tre aziende che già allora iniziavano a porsi il problema della sostenibilità in filiera: Danone, Nestlé e Unilever. Ventiquattro anni dopo, quell’embrione è cresciuto fino a 190 membri globali, e il programma RTP è il risultato di oltre quattro anni di collaborazione intersettoriale, con progetti pilota attivati in 23 sistemi produttivi e 25 paesi. Un percorso di accumulazione lenta, non un’illuminazione improvvisa.

L’annuncio dello scorso maggio, con la dichiarazione congiunta di SAI Platform firmata da 40 organizzazioni, rappresenta il punto di emersione pubblica di questo processo. Secondo Dionys Forster, direttore generale di SAI Platform, siamo di fronte a un passaggio dall’ambizione all’azione. Le parole sono misurate, ma il significato è chiaro: per vent’anni si è discusso di cosa fosse l’agricoltura sostenibile e rigenerativa, ora c’è un framework che pretende di misurarla. Resta il fatto che 23 progetti pilota, per quanto distribuiti su scala globale, sono una goccia nell’oceano delle filiere agroalimentari mondiali. La sfida immediata è passare da quei 23 sistemi produttivi a migliaia di filiere, coinvolgendo aziende che hanno appena firmato l’impegno e fornitori che, in moltissimi casi, non sanno ancora cosa significhi «rigenerativo» in termini operativi.

Cosa cambia sul campo (e cosa no)

Il documento firmato a maggio segna proprio questo scatto: dalle promesse alla pratica. O meglio, dalle promesse alla possibilità di verificare se la pratica esiste davvero. Ma tradurre l’impegno in azioni quotidiane dentro le aziende agricole è un’operazione che richiede tempo, denaro e competenze tecniche che non sono distribuite in modo uniforme lungo la filiera. Il programma fissa obiettivi misurabili — suolo, acqua, clima, biodiversità — ma lascia spazio all’adattamento locale. È un’impostazione sensata dal punto di vista agronomico: un suolo argilloso in Normandia non si gestisce come un latifondo cerealicolo in Nebraska. Ma è anche una scelta che introduce complessità nel benchmarking: quanta flessibilità locale è troppa prima che la comparabilità tra aziende venga meno? Il paradosso è tutto qui: per essere credibile, lo standard deve essere sufficientemente uniforme da permettere confronti; per essere applicabile, deve essere sufficientemente elastico da adattarsi a contesti radicalmente diversi.

Sul piano concreto, le quaranta aziende firmatarie si impegnano a integrare i metodi rigenerativi nelle proprie catene di approvvigionamento. Questo significa, in teoria, che un buyer di Mondelēz o di Unilever dovrà iniziare a chiedere ai propri fornitori evidenze misurabili, non solo dichiarazioni di intenti. È qui che il meccanismo di verifica indipendente diventa lo strumento che può fare la differenza: se usato sistematicamente, sposta il costo della prova da chi compra a chi vende la materia prima, cambiando gli incentivi lungo tutta la filiera. Se ignorato, resta un bel manuale su uno scaffale digitale.

I prossimi dodici mesi saranno il banco di prova per capire se altre quaranta, ottanta o centinaia di aziende seguiranno l’esempio, portando massa critica al sistema, o se il framework RTP resterà un esercizio ben confezionato per un gruppo ristretto di grandi player. Perché la vera partita si gioca in campo, letteralmente, non nei consigli di amministrazione. Il sistema di verifica è il primo passo per trasformare l’agricoltura rigenerativa da slogan a pratica misurabile, ma la strada è ancora lunga e disseminata di fornitori da convincere, uno per uno, che «rigenerativo» non è solo un costo aggiuntivo.