La Cina controlla tra il 60% e il 90% della raffinazione globale di grafite, magnesio e terre rare

Senza grafite non c’è batteria. Senza magnesio, niente leghe leggere per le turbine eoliche. Eppure, mentre la Germania discute di strategia cinese, la dipendenza da questi materiali critici cresce in silenzio, minando le fondamenta stesse della transizione energetica. A metà giugno, la risposta del governo federale a un’interrogazione della Linke ha messo nero su bianco un dato che chi progetta impianti conosce bene: la dipendenza da Pechino per grafite, magnesio e terre rare non si sta riducendo, sta aumentando.

La dipendenza tecnica: grafite, magnesio, terre rare

Per capire la portata del problema bisogna scendere sotto il cofano delle tecnologie pulite. La grafite è il materiale anodico dominante nelle batterie agli ioni di litio: ogni kWh di capacità ne richiede circa un chilogrammo. Una batteria da 60 kWh – la taglia media di un’auto elettrica – ne contiene quindi una sessantina di chili. Il magnesio entra nelle leghe di alluminio che riducono il peso delle gondole eoliche e dei componenti strutturali senza sacrificare la resistenza meccanica. Le terre rare, dal neodimio al disprosio, sono il cuore dei magneti permanenti nei generatori a trazione diretta, quelli che eliminano il moltiplicatore di giri riducendo attriti e manutenzione.

Sono materiali per cui la Cina controlla tra il 60% e il 90% della capacità globale di raffinazione. Non estrazione: raffinazione. Il passaggio chiave della catena del valore, quello che trasforma minerali grezzi in ossidi e metalli utilizzabili nei processi industriali. Secondo l’interrogazione della Linke, la risposta governativa ammette che la dipendenza da questi materiali è in crescita. Una confessione di vulnerabilità per un paese che intende elettrificare trasporti e riscaldamento nei prossimi due decenni.

La strategia fantasma

Ma se la dipendenza tecnica è un dato di fatto in crescita, la politica sembra ancora ferma al 2019. Fu in quell’anno che la Commissione europea coniò l’etichetta tripartita «partner, competitor e rivale sistemico» per inquadrare Pechino, come si legge nel documento strategico del marzo 2019. Una formula che prometteva pragmatismo: collaborare dove possibile, competere dove necessario, contenere dove inevitabile. Sette anni dopo, la Germania ha prodotto una propria strategia sulla Cina che però, stando a un’analisi dello SWP pubblicata nell’ottobre 2024, somiglia più a «una strategia sulla Germania stessa» che a una politica estera realmente operativa.

Lo scarto tra retorica e azione è diventato oggetto di attacco parlamentare. Die Linke ha chiesto conto dei progressi sul de-risking e la risposta governativa, stando a quanto riporta Table.Media, non ha fornito indicatori concreti di avanzamento. L’accusa è tagliente: nonostante una strategia ambiziosa, la Germania non ha fatto quasi nulla per ridurre l’esposizione. Nel frattempo la dipendenza dalle materie prime cinesi si allarga, silenziosa e misurabile. A chi giova questo stallo? Di certo non a chi deve ordinare magneti per un parco eolico nel Mare del Nord con prezzi soggetti alle decisioni di Pechino sulle quote di esportazione.

Effetti collaterali per l’energia pulita

E mentre Berlino rimugina, il mercato va avanti: chi installa pannelli o turbine sa che ogni componente ha un prezzo politico. L’aumento della dipendenza non è un’astrazione macroeconomica, è un fattore di costo che entra nei business plan. Un produttore di batterie che non ha diversificato le fonti di grafite sferoidale si trova esposto a dazi, restrizioni alle esportazioni e oscillazioni dei prezzi che nessun contratto di hedging può neutralizzare completamente.

Per i progettisti di impianti eolici la questione dei magneti permanenti è ancora più stringente. Un generatore a trazione diretta da 5 MW contiene circa 600 kg di magneti al neodimio-ferro-boro. Se Pechino decidesse di restringere le quote di esportazione di terre rare, come già accadde nel 2010 con il Giappone, i tempi di consegna si allungherebbero di mesi e i costi lieviterebbero. Non è fantapolitica: è un rischio di filiera che chi firma contratti EPC deve modellizzare oggi, quando pianifica impianti che entreranno in esercizio nel 2028 o nel 2030.

La domanda che resta aperta è quanto tempo abbiano ancora i progetti energetici tedeschi prima che la dipendenza diventi un collo di bottiglia insostenibile. Non si tratta di trovare alternative – la grafite sintetica esiste, i magneti senza terre rare sono allo stadio di prototipo – ma di scalare produzioni che richiedono miliardi di investimenti e anni di messa a punto. Nel frattempo, ogni turbina installata e ogni batteria connessa alla rete allacciano un filo in più tra la transizione tedesca e le fonderie dello Shandong. La transizione energetica è davvero sicura, o è fragile quanto una turbina senza magneti?