Tre fattori hanno causato il collasso della trota fario, non solo il predatore alieno

Nell’autunno del 2006, lungo i torrenti che alimentano lo Yellowstone Lake, i biologi hanno contato 489 trote fario in riproduzione. Negli anni Settanta e Ottanta, la media era di 43.600 esemplari all’anno. Un crollo verticale, del 99%, che ha riscritto in pochi decenni l’ecologia di uno dei bacini più iconici del Nord America. Dietro quel collasso, stando a quanto ricostruito dalla ricerca, non c’è un singolo fattore ma un intreccio che mescola l’introduzione illegale di un predatore, l’arrivo di un parassita e gli effetti di una siccità intermittente. Oggi, a quasi quarant’anni dall’innesco, i segnali di ripresa iniziano a vedersi, ma il futuro della specie chiave di Yellowstone resta appeso a un equilibrio sottile, che il prossimo censimento potrebbe confermare oppure smentire.

La documentazione disponibile, riassunta in questi giorni da un commento pubblicato da Mongabay, ripercorre una vicenda in cui le trote di lago hanno radicalmente alterato gli ecosistemi di Yellowstone con una forza paragonabile a quella esercitata da un grande carnivoro, seppure in direzione opposta. Se la reintroduzione dei lupi nel 1995 ha innescato una cascata trofica che ha rimodellato la vegetazione riparia, l’arrivo clandestino della trota di lago ha prodotto un effetto a catena di segno contrario, facendo collassare la popolazione ittica che per millenni aveva sostenuto orsi, rapaci e lontre.

I numeri sono tondi e impietosi. Il calo documentato da Koel et al. nel 2008 — sono loro ad aver fissato la cifra di 489 trote fario in migrazione riproduttiva nel 2006 — quantifica il tracollo di una specie definita dagli ecologi una «specie chiave». La trota fario dello Yellowstone (Oncorhynchus clarkii bouvieri) non è un pesce qualunque: trascorre la vita adulta nel lago e risale i torrenti tributari per deporre le uova, portando ogni primavera una biomassa di proteine e lipidi che nutre dozzine di specie terrestri. Eliminare questo flusso significa affamare la rete alimentare che sta a monte.

Il predatore fantasma

Un numero così tondo non arriva per caso. Dietro c’è un killer silenzioso, la trota di lago (Salvelinus namaycush), un salmonide originario dei Grandi Laghi e del Canada settentrionale che non appartiene al bacino dello Yellowstone. È stata documentata per la prima volta nel lago nel 1994, ma le analisi chimiche condotte sugli otoliti — le piccole strutture calcaree dell’orecchio interno che registrano la firma isotopica dell’acqua in cui il pesce è cresciuto — hanno permesso a Munro et al. (2005) di ricostruirne l’origine: sono state introdotte illegalmente da un lago vicino nel corso degli anni Ottanta. Qualcuno le ha semplicemente trasferite, forse per pescarle, senza immaginare che quel gesto avrebbe messo in moto una macchina da predazione capace di divorare 40-50 trote fario a esemplare ogni anno.

La risposta del National Park Service è stata massiccia e prolungata. Dal 1994 a oggi, gli equipaggi di pesca professionale hanno rimosso oltre 5,1 milioni di trote di lago dallo Yellowstone Lake, secondo i dati pubblicati dall’ente. È un numero che racconta la dimensione industriale dell’operazione: reti branchiali calate per mesi ogni anno, battelli che setacciano il fondale seguendo le aggregazioni riproduttive, un investimento finanziario e logistico che pochi parchi al mondo possono sostenere. Ma l’eradicazione non è in vista. La popolazione si è ridotta, la taglia media degli esemplari è calata, segno che la pressione di rimozione funziona, eppure la trota di lago continua a riprodursi con successo nelle acque profonde del lago, dove le reti arrivano con più fatica. Il contenimento c’è; la soluzione definitiva no.

Il ritorno che non ti aspetti

Eppure, qualcosa si muove nei torrenti. Non solo trote fario. Negli affluenti dove la migrazione riproduttiva ha ripreso una certa consistenza, gli orsi grizzly e gli orsi neri sono ricomparsi in primavera, attratti dalla stessa risorsa che per vent’anni era quasi scomparsa. Il dato, riportato dalla Yellowstone Forever, è qualitativo ma significativo: la presenza di plantigradi lungo i corsi d’acqua, documentata dalle telecamere e dalle osservazioni dirette, è tornata a livelli che non si vedevano da tempo. In parallelo, come documenta il National Park Service in una scheda dedicata al progetto, sono tornate anche le aquile calve e i falchi pescatori, che stanno ricominciando a nidificare in prossimità dei torrenti di deposizione. Un funzionario parco, citato nella stessa scheda, osserva che «le trote fario stanno risalendo di nuovo i torrenti di deposizione e stiamo registrando un’attività degli orsi che non vedevamo da molto tempo su questi corsi d’acqua, perché si nutrono di queste trote».

Il punto, però, è quanto di questa ripresa sia attribuibile alla rimozione delle trote di lago e quanto dipenda da altri fattori che sfuggono al controllo umano. Uno studio modellistico condotto con il software Ecopath e ripreso da WyoFile ha messo in luce un aspetto spesso trascurato nella narrazione pubblica: il declino della trota fario non è spiegabile soltanto con la predazione da parte della trota di lago. Per far quadrare i conti del modello matematico, spiegano i ricercatori, «non siamo riusciti ad adattare il modello Ecopath ai dati storici senza incorporare anche l’effetto della malattia del whirling e dei livelli del lago», ovvero della siccità storica sporadica. In altre parole, tre fattori hanno agito di concerto: il predatore alieno, il parassita Myxobolus cerebralis — che causa deformazioni scheletriche e nuoto rotatorio negli avannotti — e le variazioni idrologiche legate al clima. Isolare il contributo di ciascuno è quasi impossibile, e soprattutto implica che rimuovere un fattore (la trota di lago) non garantisce il pieno recupero se gli altri due dovessero peggiorare. La stessa analisi conclude che «il recupero della trota fario nello Yellowstone Lake dipenderà probabilmente da diversi fattori oltre alla soppressione della trota di lago». Una cautela che invita a non cantare vittoria troppo presto.

Il prossimo inverno

Non è solo Yellowstone a fare i conti con un invasore acquatico capace di stravolgere la piramide alimentare. Negli Everglades, in Florida, la battaglia è contro il pitone birmano, una specie introdotta attraverso il commercio di animali esotici che ha trovato nelle paludi subtropicali un habitat ideale. Secondo l’USGS, le popolazioni di mammiferi nativi all’interno dell’Everglades National Park hanno subito declini severi riconducibili proprio alla predazione dei serpenti. Procioni, opossum e conigli palustri sono praticamente scomparsi da alcune aree centrali del parco. La dinamica è analoga: un grande predatore alieno, privo di nemici naturali, che si inserisce in cima a una catena trofica e la ricostruisce a propria immagine. Anche lì, le campagne di rimozione — con squadre di cacciatori pagati e droni termici — ottengono risultati locali ma non risolvono il problema alla radice.

La vicenda della trota fario di Yellowstone è, in questo senso, emblematica di una condizione più generale: i disastri ecologici più profondi sono spesso quelli che maturano lentamente, alimentati da più cause che si rinforzano a vicenda, e la cui correzione richiede tempi che eccedono la pazienza politica e la memoria pubblica. La prossima migrazione riproduttiva, con i conteggi che seguiranno allo scioglimento delle nevi, sarà una cartina di tornasole difficile da ignorare. Il crollo del 99% è stato un evento estremo. La risalita, ammesso che sia davvero in corso, è ancora una curva fragile, tracciata su pochi anni e su pochi torrenti. Teniamo d’occhio quel numero.