La legge indiana protegge al massimo gli elefanti, ma la regolamentazione sulla cattività crea un mercato di sfruttamento
Lo scorso aprile, quando World Animal Protection ha denunciato il servizio fotografico con un elefante dipinto di rosa a Jaipur, la notizia ha fatto il giro del mondo con la forza di un paradosso che non hai bisogno di spiegare. Chanchal aveva 65 anni, apparteneva alla specie più protetta dalla legge indiana — quella degli animali inseriti nella Schedule I del Wildlife Protection Act — eppure qualcuno lo aveva dipinto di rosa per un set fotografico, con il benestare del Dipartimento Forestale del Rajasthan. Poco dopo, secondo l’associazione, l’elefante è morto. O forse era già morto a gennaio, come sostiene il proprietario, che parla di vecchiaia e giura che Chanchal non veniva più usato per i tour turistici. La confusione sulla data del decesso è solo l’ultimo strato di una storia in cui il colore rosa non copre il grigio di un sistema che trasforma gli elefanti in oggetti di intrattenimento, con la complicità delle istituzioni.
Il fotografo ha difeso il set spiegando che la tinta era organica e lavabile, simile alle polveri usate durante le feste. Ma qui non è una questione di chimica: il punto è che un animale Schedule I è stato trattato come un fondale scenografico, con un permesso ufficiale che il Dipartimento Forestale sta ora esaminando, a cose fatte, per capire se le autorizzazioni fossero in regola e se le norme sul benessere animale siano state rispettate. La logica è quella del controllo ex post, che lascia aperta la porta a ogni abuso purché ben documentato, e che fa suonare l’indagine come un gesto dovuto più che come un reale ripensamento. Ma come si è arrivati a tingere un elefante con l’approvazione dello Stato? Per rispondere bisogna guardare dentro la fabbrica degli elefanti di Jaipur.
La fabbrica degli elefanti
Non serve andare lontano: al Forte Amber, la meta turistica che domina la città, quasi cento elefanti trasportano ogni giorno centinaia di visitatori, e studi già pubblicati mostrano che soffrono di lesioni ai piedi, danni agli occhi e affaticamento cronico a causa di turni incessanti e condizioni di vita pessime. Molti di questi animali sono stati catturati in natura, spesso da cuccioli, e sottoposti a un addestramento brutale chiamato “the crush”, che prevede percosse e fame per spezzarne la volontà prima di essere rivenduti come attrazioni. Arrivati al Forte, sono costretti a portare esseri umani sulla schiena giorno dopo giorno, per il resto della loro vita.
Il caso di Chanchal non è isolato. Qualche tempo prima, sempre a Jaipur, è stato arrestato un trafficante che tentava di contrabbandare un elefante dall’Assam, segno che il commercio illegale prospera accanto a quello legale. L’ultimo emendamento al Wildlife Protection Act sulle transazioni di elefanti in cattività, denuncia World Animal Protection India, lascia la normativa aperta a interpretazioni e abusi: da un lato la Schedule I garantisce la protezione massima, dall’altro la regolamentazione dei passaggi di proprietà in cattività crea un mercato parallelo che si presta a ogni tipo di distorsione. Così un animale che la legge considera intoccabile diventa un bene mobile, cedibile, sfruttabile.
Il Dipartimento Forestale del Rajasthan, che dovrebbe vigilare, ha concesso il via libera al set fotografico dell’elefante rosa, e questo dettaglio è più grave del colore stesso. Significa che gli apparati di tutela hanno firmato la trasformazione di un elefante Schedule I in un supporto pubblicitario, probabilmente dietro una richiesta ben confezionata. Non c’è bisogno di immaginare chissà quale complotto: basta osservare come funziona il turismo a Jaipur, dove la domanda di esperienze “autentiche” con gli elefanti alimenta una filiera che parte dalla cattura, passa per l’addestramento violento e arriva al selfie perfetto.
Il passo dopo il colore
L’indagine formale, confermata da funzionari del Dipartimento Forestale al quotidiano The Independent, è solo l’inizio di una pressione che arriva fino all’Alta Corte del Rajasthan. Il governo statale ha informato la Corte di aver avviato misure per garantire il benessere degli elefanti in cattività ad Amer Fort, ma di concreto, al momento, c’è poco. Le stesse organizzazioni che da anni documentano abusi chiedono passi ben più radicali: eliminare gradualmente le corse sugli elefanti e ritirare quelli rimasti in un santuario, dove possano vivere senza essere costretti a performance quotidiane. Il passaggio è “long overdue”, come scrive World Animal Protection India, e ogni ritardo si traduce in nuove nascite di consenso attorno a un modello di intrattenimento che lucra sulla sofferenza.
Il problema non si risolve con una tinta lavabile o con un’inchiesta amministrativa: l’incidente rosa ha acceso i riflettori su un abuso “dilagante”, per usare le parole dell’associazione, che sfrutta gli elefanti per assecondare i capricci dei turisti. E ci mostra quanto la protezione legale sia porosa quando si scontra con gli interessi economici. Il Dipartimento Forestale indaga su se stesso, il proprietario di Chanchal aggiunge versioni che confondono le acque, il fotografo si appella alla tradizione delle polveri: ognuno fa il proprio pezzo, ma l’elefante non c’è più. Resta lo scatto rosa, che nessuna indagine potrà cancellare.
Mentre i turisti continuano a cercare il selfie perfetto, la legge continua a guardare dall’altra parte. Quanto vale la vita di un elefante di fronte a un obiettivo? La domanda rimane sospesa, e il rosa non copre il grigio della sofferenza.




